AISO-ASMO:
MISSIONE IN ALBANIA
Tutto è iniziato dopo il Congresso degli Amici di Brugg tenutosi a Rimini lo
scorso maggio 2005, in occasione del quale ho avuto il
piacere di conoscere di persona Francesco Specchiarelli,
presidente dell' ASMO (Associazione Solidarietà
Medica Odontoiatrica).
Così dopo aver intrattenuto un'intensa corrispondenza via mail, siamo
riusciti ad incontrarci e parlare delle varie attività delle nostre
associazioni.
Rimasto affascinato dai
racconti dei Volontari, sono
tornato a casa con il desiderio di partire per una Missione
a mia volta, e scoprire il fascino
nascosto in questa esperienza.
Come al solito però i mille impegni e le normali faccende quotidiane occupavano
appieno la giornata, e l'idea iniziale di partecipare ad una Missione
rischiava di svanire, anche perché
intanto alcuni amici si erano defilati.
A metà luglio, mi trovavo a frequentare il Reparto di Chirurgia Orale, e
esternando la mia intenzione riesco a trovare l'appoggio del Dott Piero
Cisternino, che da subito si rende
disponibile nell'aiutarmi ad organizzare "la spedizione".
Il tempo per realizzare il tutto è poco, corse su corse tra rinnovi di
passaporti, vaccino per l'Epatite A e organizzazione spostamenti per arrivare a
destinazione. La meta è il villaggio
di ARAMERAS, ad una decina di chilometri da Tirana.
Così optiamo per uno spostamento via mare con partenza dal porto di Bari ed
arrivo in terra albanese presso il porto di Durres (Durazzo).
Oltre me e Cisternino partirà
anche Riccardo Boasso (assicuratore), Romina Galmacci (psicologa), ed Raffaele
Botta (odontoiatra).
L'approccio alla partenza è carico di entusiasmo. Mi ritrovo però a dover
affrontare 35 ore di viaggio in due giorni. Difatti parto da Olbia il 22 sera in
nave, approdo a Livorno il giorno seguente e mi ritrovo a partire la mattina
seguente con il treno per Bari, dove ci sono ad
attendermi i compagni di viaggio Piero e Riccardo; la partenza per l'Albania
avviene la sera stessa dal porto di Bari.
Le aspettative sono tante e diverse per
ognuno di noi, ciascuno con i suoi motivi più profondi e personali, ciascuno
con la speranza di tornare più ricco e consapevole.
Saliti sulla nave ci accorgiamo di viaggiare verso un'altra dimensione di vita.
La nave è deserta, sul ponte vengono ammucchiati i sacchi neri dell'immondizia
( messi in piena vista). Non
avendo cenato decidiamo di recarci al ristorante della nave...
Pessima scelta! Il personale poi non è dei più cortesi e disponibili.
Il viaggio prosegue bene, tra una partita di carte e l'altra, inizia a crearsi
un buon feeling e l'intesa necessaria per affrontare questo tipo d'evento.
Sbarchiamo a Durres con un po' di ritardo, ad attenderci
c'è Suor Teresa, una donna molto delicata e gentile di origine tailandese,
con un autista del posto.
Il porto è deserto, l'aspetto è però buono. Appena
usciti però si iniziano a notare
le prime differenze con il nostro paese.
Percorriamo i chilometri che ci dividono dalla nostra sede operativa parlando
con la suora ed osservando il paesaggio che ci circonda.
Usciti da Durazzo il contesto cambia radicalmente, si notano case distrutte,
strade davvero in condizioni disastrose, animali che pascolano al bordo delle
strade senza che queste abbiano delle protezioni a difenderle e a difendere i
guidatori.
La gente attraversa la carreggiata
anche sulle "autostrade" ( una strada un po' più larga e meglio
percorribile).
Ci si accorge che le strutture più all'avanguardia sono i benzinai, e ciò che
ci sconvolge ancor di più è il fatto che la benzina abbia lo stesso prezzo che
da noi.
Chiediamo allora quale sia lo stipendio medio in Albania: 200
euro, incredibile!
Arriviamo a destinazione dopo circa un'ora
di viaggio.
La struttura è semplice ma accogliente, ad aspettarci c'è Suor Tipthara,
molto simpatica e dal modo di fare molto
deciso, anche lei di origine tailandese.
Ci chiedono la disponibilità ad iniziare già dal pomeriggio a prestare
aiuto.
Ci si divide i compiti, e Riccardo
diventa il supervisore globale nonché factotum del gruppo, presto
soprannominato "professore".
Soprannome che si porterà dietro per tutta la permanenza e con il quale verrà
chiamato anche dagli abitanti del villaggio e dalle suore.
Dopo esserci sistemati nelle stanzette pranziamo e organizziamo la giornata.
Decidiamo di andare a fare la spesa come prima cosa (il primo grande magazzino
però si trova due paesi dopo Arameras). Anche
la spesa ci costa all'incirca come qui in Italia. Facciamo poi la lista del
materiale odontoiatrico di cui c'è maggior necessità.
Finito pranzo ci viene proposto di fare una visita ad un altro centro
d'assistenza: CASA BETANIA.
Arriviamo dopo aver percorso una strada assurda, senza sensi di marcia e
completamente devastata seppur molto trafficata.
Il centro è stupendo, un Paradiso casette colorate.
Veniamo accolti da Monica, la
responsabile, ci racconta la storia del posto e la sua funzione, ci mostra ciò
che sarà la prossima costruzione: una grossa casa per poter accogliere ancora
più bambini.
Già, perché CASA BETANIA è un centro per bambini orfani o con gravissimi
problemi familiari, c'è chi ha perso i genitori perché uccisi, chi per
malattia, chi è stato abbandonato per povertà e purtroppo anche bambini che
hanno subito violenze ed abusi.
Completiamo il giro del centro, è davvero molto bello e curato, l'impegno dei Volontari
presenti è davvero grande e i risultati sono all'altezza degli sforzi
profusi.
I bambini che intanto stavano riposando ora iniziano ad uscire dalle casette, è
uno spettacolo, vogliono tutti giocare, è emozionante.
Orghito, Titi, Guido, sono bambini splendidi e pieni di energia.
Guido mi corre incontro e dopo avermi fatto uno splendido sorriso mi urla di
prenderlo al volo.
Lo abbraccio e lui si stringe forte a me, da quel momento non mi lascia più la
mano.
Anche Piero, Riccardo e Raffaele sono
presi d'assalto.
Normalmente i bambini vengono accuditi da
donne, e la vista di così tanti uomini li incuriosisce, per noi l'incontro con
questi bambini e ragazzini è davvero una scossa d'emozione pura. Le ragazze più
grandi aiutano le Volontarie nella
gestione e nel seguire i più piccoli. Il tempo passa e ci dimentichiamo quasi
che dobbiamo rientrare in sede per cominciare i lavori.
Davvero un' esperienza commovente e carica di significato, ci troviamo tutti
molto coinvolti emotivamente.
Alle 17 del 25 inizia a tutti
gli effetti la nostra missione.
Ci dividiamo nelle due sale riuniti. Gli strumenti sono abbastanza obsoleti ed
incompleti, ci si arrangia con quel che c'è per tirare avanti la baracca. I
riuniti stessi sono un po' vecchiotti, ma tutto sommato permettono lo svolgersi
delle manovre che a noi interessano. Ci sono un sacco di ragazzini che vengono a
farsi curare, hanno dai 10 ai 13 anni, ma sono più adulti, non han paura, non
piangono. Però
si emozionano quando diamo ad ognuno di loro un giocattolo portato dall'Italia.
Finite le cure rimangono per tutto il pomeriggio fino a sera con noi a
gironzolare per il centro.
Dopo queste grandi fatiche ad aspettarci in tavola ci sono cene strepitose
a base di piatti tipici Tailandesi e Albanesi, come il Burec preparatoci
da Elona, una ragazza fantastica che collabora con le suore, una tutto fare
straordinaria.
Anche lei è giovane ma segnata da anni difficili, da un passato difficile e da
un futuro molto incerto e non privo di ostacoli, ma questa è un'altra storia.
Le serate poi trascorrono leggere e divertenti tra una schitarrata, una gara di
barzellette (indimenticabili quelle narrate straordinariamente da Raffaele) e i
siparietti messi in piedi soprattutto da Suor Tipthara ed il Professore
(Riccardo).
Le giornate seguenti alla prima
vedono il gruppo adoperarsi già dalle 7.30 del mattino data la grande richiesta
d'intervento.
Il secondo giorno in particolare è stato molto intenso, dalle 7.30 alle 21
passate senza mettere piede fuori dalla saletta.
Le difficoltà maggiori provengono dal fatto che lo strumentario sia
insufficiente ed a questo si debba sopperire con la fantasia. Per fare qualsiasi
cosa ci si mette il triplo del tempo.
La difficoltà con cui si lavore è grande,
ma la soddisfazione a risultato ottenuto lo è altrettanto.
In più come se non bastasse ci si trova a fare un po' di tutto. È vero che
siam partiti per fare gli odontoiatri, ma siccome c'è carenza di medici ci si
trova a fare anche il resto. Si va dal misurare
la pressione alle persone che devono prendere la pastiglia antiipertensiva
(fornita dalle suore perché loro non possono permettersela) alla cura delle
ustioni.
Qui difatti le ustioni sono frequentissime, sono all'ordine del giorno. I
bambini molto spesso si rovesciano liquidi bollenti addosso perché poco controllati
e perché spesso c'è un unico fuoco sempre acceso al centro dell'unica camera
dove vivono.
Gli adulti si bruciano perché l'unica ditta che c'è nella zona di Arameras si
occupa della produzione di calce viva, questa esce liquida dai forni e quando
viene colata capita che si rovesci addosso a qualche lavoratore.
La struttura non è poi neanche così preparata da poterli accogliere tutti ed
al meglio. Penso di poter affermare che le ustioni siano la cosa più
impressionante; vedere la sofferenza di queste persone anche mentre li si cura
non è facile da superare.
Il clima è stato sempre disteso e cordiale, certo la difficoltà della lingua
si è fatta sentire costantemente, ma per fortuna l'interprete ci ha dato un
grosso aiuto, quasi mai il clima è stato teso, e quando lo è stato era a causa
di incomprensioni subito risoltesi.
Il livello d'igiene nella popolazione è molto scarso, ma non hanno neanche
molti mezzi per migliorarsi.
Ci troviamo a fare prevalentemente estrazioni e a fare terapie conservative con
restauri in amalgama. A complicare ulteriormente le cose c'è il fatto che la
corrente elettrica venga costantemente a mancare tutti i giorni dalle 12 alle
16, il governo ha deciso così per limitare le spese.
Ma la nostra missione non è stata solo tutto questo, infatti siam riusciti a
visitare l'Albania per quasi tutta la sua estensione.
Seguendo le suore nei loro
impegni siamo andati a Kruja (ex capitale, e sede di due bellissimi Musei
Nazionali, tra cui uno dedicato al loro unico eroe nazionale: Scanderbeu),
a Skuteri (situata nel Nord dell'Albania), e siam riusciti a fare una gita al
mare ed al lago.
Insomma, abbiamo potuto vedere anche ciò che è questa nazione dal punto di
vista naturalistico, e ne siamo rimasti meravigliati. Si, perché davanti a
tanta povertà e miseria non ci si aspetterebbe di vedere una terra così
rigogliosa e dei posti meravigliosi.
La visita al castello di Kruja ed a quello di Skuteri ci ha mostrato splendidi
luoghi e panorami mozzafiato.
La vita in Albania è molto
diversa da quella a cui siamo abituati noi. Le
donne di questi villaggi non hanno praticamente diritti e sottostanno alle
decisioni degli uomini (da noi molto spesso accade ormai il contrario). I
mercati popolari, le strade, i ritmi, lo stile di vita sono per noi
inimmaginabili.
È una popolazione provata da anni di guerra, fatica e disinteresse generale da
parte degli altri paesi.
Diventa infatti assurdo pensare che a soli 100 Km dalle nostre coste ci sia una
realtà così diversa, così lontana.
Partiamo per il nostro giro da
turisti, siamo commossi e segnati da questi splendidi giorni, rimangono le gioie
e le risate condivise più di tutte le fatiche, rimane la felicità donata da
una partita di calcio a piedi nudi (perché le scarpette sono un lusso) con i
ragazzini, le serate con la chitarra, le gite al mare (con la spiaggia invasa
dai bunker) e al lago.
Gli ultimi due giorni passati a Tirana sono di pura vacanza, abbiamo
girovagato per la capitale notando uno stravolgimento totale di ciò che avevamo
appena conosciuto dell'Albania.
Qui le donne sono emancipate, la vita è cadenzata pressoché come da noi, i
ritmi sono simili, e il grado di urbanizzazione è pari al nostro. È divisa in
diverse zone, una delle quali dedicata solo ai locali serali, molto carina.
Stupisce sempre il costo della vita altamente sproporzionato con i loro
guadagni.
Ed eccoci arrivati al viaggio di ritorno, indescrivibile e inconcepibile, gente
ammassata da tutte le parti, chi parte con i sacchi neri al posto dei bagagli,
chi prova a corrompere la sorveglianza per poter accedere al porto, chi invece
tenta direttamente di scavalcare le barriere.
L'attesa per la nave e lunga, si parte con 7 ore di ritardo, la situazione al
momento dell'imbarco va degenerando, purtroppo pare che l'unico metodo che
conosca la polizia locale sia quello di attaccare.
Il
viaggio è davvero per loro il viaggio della vita o quello della disperazione,
c'è un sacco di gente ammassata sul ponte, sdraiata per terra, distesa nella
sporcizia.
È davvero un popolo in difficoltà, recandosi in questa terra si vedono i segni
lasciati dalla guerra, dalla povertà, da anni di dittatura.
È un paese che probabilmente non è ancora così forte da rimettersi in piedi,
e senza aiuto difficilmente ce la farà, è un popolo stanco e ancora poco
consapevole delle proprie potenzialità.
Parlando con i giovani e le giovani soprattutto residenti nei villaggi si può
capire come siano ancora rassegnati ad avere dei ruoli preimpostati, come manchi
la forza per reagire e per riuscire per lo meno a sperare.
Per noi è sicuramente stato un evento di indubbio valore morale.
Quando si parte si spera sempre di tornare a casa con più consapevolezza della
fortuna che ci circonda, e così è stato. Ci siamo trovati davanti a mille
difficoltà, a molti problemi, a molte incertezze.
Abbiamo
faticato molto, ma per ogni secondo speso abbiam ricevuto in cambio tanto amore,
e molti insegnamenti di vita da applicare alla nostra quotidianità.
Un esperienza fantastica, sicuramente da ripetere, consigliabile a tutti, anzi
un'esperienza che tutti almeno una volta nella vita debbono provare. Una grande
esperienza pregna di grandi valori, una di quelle che segna il percorso della
vita di qualsiasi persona, qualcosa che ci riporti con i piedi per terra in un
mondo sempre più cinico e veloce. Finisco con un
augurio che Francesco Specchiarelli (presidente dell'ASMO)
ama rivolgere: "Buona
Vita"
Andrea Russo
Consigliere Culturale Nazionale AISO
Presidente AISO di Torino