Eccomi a scrivere della mia settimana ad Arameras.
Non
mi soffermerò sull'impatto umanitario ed emotivo dell'esperienza, che per
quanto intenso ed importante, le parole non riuscirebbero a descrivere, quella
parte la terrò dunque per me...
Non mi soffermerò neppure sull'estremo impegno umanitario e religioso, cui le magnifiche suore missionarie dedicano la loro esistenza.. e che non finiremo mai di ringraziare per quello che fanno anche per noi, che per 11 mesi e 3 settimane l'anno viviamo nelle nostre case tra gli agi e la bella vita.. Magari anche lamentandoci per cose davvero banali..
Sono partita per Arameras credendo di dare una mano negli ambulatori... quindi lasciando a casa la psicologa...
In quei villaggi ci si scontra con l'arretratezza di una cultura di tipo rurale e patriarcale, con una situazione femminile particolarmente critica (la mentalità è ancora fortemente influenzata da un codice in vigore fino al 1912, che definisce la donna "cosa inutile e superflua"), e con una situazione di povertà che fa da contorno e ne disegna gli stili di vita ed i vissuti emotivi.
Dietro
proposta delle suore, ho avuto un incontro con le donne (coinvolgerle è stato
difficile). Molte di loro, trentenni o poco più, hanno dichiarato di
sentirsi vecchie e quindi ormai prive di ogni speranza di realizzazione nella
vita. Considera che da quelle parti già a 15 anni ti devi fidanzare (l'uomo è
scelto categoricamente dal padre), poiché una donna, quale essere inferiore, può
essere realizzata solo sposandosi, facendo bambini e servendo devotamente suo
marito (molte dovevano chiedere il permesso al marito persino per togliere un
dente). Le più fortunate, oltre ad occuparsi della famiglia lavorano
nei campi (adiacenti a casa) sobbarcandosi l'onere dei lavori più pesanti.
L'incontro, che comunque credo abbia in qualche modo dato l'opportunità ad alcune di loro di parlare, mi ha dato la possibilità di intravedere un minimo di trasformazione in corso. Infatti la presenza di più generazioni (dai 14 anni ai 40 anni circa) ha messo in evidenza una, seppur lieve, diversità di vedute a seconda dell'età. Un fattore comune, tra questa gente, è la mancanza di speranza, la rassegnazione che mai nulla cambierà.
Organizzare
dei gruppi di sostegno, che abituino le donne a parlare dei loro problemi, a
confrontarsi, ad essere solidali, credo possa essere un obiettivo minimo
raggiungibile anche al fine di incrementarne il livello di autostima
(facendo attenzione a non entrare in contrasto con la cultura di riferimento).
Ho incontrato altre persone. Un caso che sicuramente mi ha impressionato è quello di un ragazzo di quasi 18 anni, a me presentato come un ragazzo con dei problemi. In realtà si tratta di un caso di schizofrenia non trattata, a causa di pregiudizi e dello stigma verso la malattia. Il ragazzo, infatti, era stato visitato un anno fa a Tirana ed aveva ricevuto una terapia farmacologica . Il trattamento era però stato sospeso subito, perché al padre avevano detto (conoscenti vari), che quelle medicine le prendono i pazzi... quindi il padre aveva pensato bene di portarlo da guaritori, perché secondo lui (ed altri del villaggio) una sorta di fattura aveva ridotto suo figlio in quel modo. Per quel padre la tragedia più grande, ed anche il timore, è che suo figlio resti pazzo, che un giorno non possa né sposarsi né lavorare e che quindi la sua famiglia perda la stima della gente (famiglia disonorata).
Ho cercato di dargli la speranza, spiegando che il farmaco è indispensabile per controllare i sintomi della schizofrenia (allucinazioni, deliri, ecc). La fatica più grande per me è stata quella di far comprendere (spero di essere riuscita) che quella del figlio è una malattia, che va curata e di cui non ci si deve vergognare, e che se l'attenzione della famiglia sarà rivolta al bene del ragazzo, piuttosto che ai giudizi della gente, sarà possibile ripristinare un certo equilibrio nella vita del giovane. Seguirò l'evoluzione dall'Italia.
Credo
che professionisti della mia categoria potrebbero essere utili, non per fare
interventi prettamente psicologici, ma psicoeducativi, con incontri
formativi/informativi su diverse tematiche, al fine di portare conoscenza e
promuovere una certa forma di sensibilizzazione (ad esempio che le
patologie psichiatriche non sono causate da malocchi, e che chi ne
viene colpito ha bisogno dell'aiuto e comprensione di tutta la comunità)...
Le suore già svolgono questa funzione, è sorprendente come non perdano mai la pazienza.. in particolare Suor Graziana (la superiora), la saggia del gruppo..
Altro tema importante è lo sviluppo cognitivo dei bambini. Ho notato che sono fortemente sottostimolati, soprattutto la fascia fino a 4 anni, che ancora non frequenta l'asilo gestito dalle suore. Non avevo con me nessuno strumento per misurare i livelli cognitivi, ma credo che molti di loro abbiano dei problemi (non parlo di ritardi mentali, ma ritardi dello sviluppo a causa della scarsa stimolazione). Anche su questo aspetto è necessario un intervento psicoeducativo, anche attraverso brevi corsi alle insegnanti, ovvero fornire semplici strumenti che mettano in condizione di individuare ed intervenire nei casi di ritardo. Mi chiedo cosa ne sarebbe di questi bambini, se fossero privati anche dell'asilo..
L'ultimo giorno suor Graziana ci ha fatto visitare l'asilo, ho visto (molto velocemente) dei disegni dei bambini, dai quali ho potuto osservare (e non parlo di interpretazioni psicoanalitiche, che esulano completamente data la diversità di cultura) in molti casi, la povertà di rappresentazione, spesso indice di un qualche ritardo. Credo che noi psicologi potremmo intervenire con piccoli progetti, ad esempio valutando i livelli cognitivi (anche con i disegni e altri semplici test di livello) e predisporre semplici programmi riabilitativi anche attraverso il lavoro delle maestre. Stessa cosa vale per quei bambini con problemi comportamentali (oppositori, iperattivi), i quali finiscono solo per essere isolati con conseguente aumento dell'aggressività e progressiva demotivazione a fare bene.
Mi ha colpito una signora la quale mi ha portato una bambina di 5 anni, che all'età di 6 mesi era stata colpita da meningite e che aveva iniziato a parlare all'età di 3 anni (eloquio però oggi fluente e non deficitario). La bimba ha un evidente disturbo oppositorio del comportamento, ma spiegare alla madre che le urla ed i pianti per ottenere cose rappresentano una strategia, rinforzata dal comportamento della famiglia stessa (appena la bimba inizia ad urlare, per non sentirla le fanno fare ciò che vuole) mi è stato veramente difficile. La signora credeva che fossero ancora i postumi della meningite a far comportare la bimba in quel modo, e si aspettava un qualche farmaco miracoloso che modificasse i comportamenti della figlia.
Anche in questo caso l'aspetto principale è la mancanza di conoscenza, far comprendere che i bambini non sono tutti uguali e che i condizionamenti ambientali (ivi incluse i rinforzi che inconsapevolmente vengono dati a certi atteggiamenti, determinandone un aumento dello stesso comportamento) possono essere causa di disturbi del comportamento (al di là di eventuali danni biologici). Spiegare a quella mamma questi concetti non è stato possibile (fattori di lingua, cultura e scarsa scolarizzazione), ciò che ho potuto fare è dare dei suggerimenti semplici e rassicurarla che la meningite di per sé non è responsabile (la bambina non evidenzia deficit neurologici).
Un problema, senza dubbio non semplice da affrontare, è quello dei possibili abusi sui bambini. Le condizioni di povertà, alcolismo negli uomini e sottomissione della donna, sono tutti elementi che aumentano il rischio di abuso (sia all'interno della famiglia che fuori). Il contributo dello psicologo in questo caso può essere determinante nell'aiutare ad individuare le situazioni di bambini abusati.
Altro
ambito è quello che riguarda le dipendenze da alcool. C'è infatti un alto
tasso di alcolismo tra gli uomini (devo dire che "l'acqua albanese" ha
fatto gola anche a noi). Qui la mia categoria potrebbe intervenire sull'
informazione finalizzata alla prevenzione.
Da ciò che ti ho scritto avrai capito che gli psicologi potrebbero intervenire su diversi settori, ma ritengo che qualsiasi obiettivo debba essere realizzato attraverso un progetto ben specifico, altrimenti il rischio è quello di non essere concreti. Più che per la parte sanitaria, questa area ha bisogno di un coordinamento ben preciso e soprattutto di professionisti disposti a ridimensionare eventuali aspettative di tipo terapeutico e che concentrino l'attenzione sul fattore educativo ed informativo.
Altra
cosa che si potrebbe fare, è organizzare momenti ludico-ricreativi nel campo
giochi dell'asilo (tipo campo estivo) in modo da coinvolgere bambini e
ragazzi (considera che le suore sono amate da tutti e rappresentano l'unico
punto di riferimento per la popolazione locale, ma hanno bisogno di
aiuto, lavorano più di 12 ore al giorno..). Massimo ad esempio ha tenuto
delle piccole lezioni di igiene orale dopo la messa della domenica nelle chiese
di Denven (vicino Arameras), che hanno riscosso un grande interesse tra i
presenti (tutti giovani). Si potrebbe sfruttare la partecipazione dei ragazzi ad
un ipotetico campo estivo per trattare temi importanti (igiene, salute, ecc).
Sono disponibile per ogni eventuale approfondimento.
Un carissimo saluto
Antonella Carafelli
Volontaria ASMO