Missione in Albania,  agosto 2005

21 agosto 2005, ore 19:00,

al campanello suona Paolo, il mio carissimo amico dentista.

Prendo le mie valige. Siamo pronti per la partenza: la nostra meta sarà Klos, un piccolo paesino a centotrenta chilometri da Tirana. Prendiamo il treno da Messina per arrivare a Bari in serata, dove ci aspetta la nave che dopo una lunga traversata notturna ci sbarca a Durazzo. Appena ci imbarchiamo mi accorgo che sulla nave sono tutte persone che tornano a casa, magari dopo molti anni. Sono Emigranti che vanno a trovare i genitori e i familiari, che ancora vivono in Albania anche grazie ai risparmi che i loro figli e parenti riescono ad accumulare lavorando in Italia, Germania, Inghilterra.

La storia si ripete: così come noi Italiani cinquanta anni fa emigravamo in cerca di fortuna in America, così gli Albanesi nell’era di internet fuggono dalla loro Nazione per poter sopravvivere. L’impatto col porto di Durazzo è strano, vedi navi fatiscenti abbandonate che a mala pena galleggiano, le case che lo circondano sono grigie –forse anche a causa del tempo uggioso—, bambini che alla dogana ti aiutano a prendere i bagagli con la speranza di ricevere in cambio qualche leka (così si chiama la moneta albanese).

Al porto ci attendono Tommaso e Alberto, gli altri due Volontari dell’ASMO, con cui andremo a Klos. Saliamo sulla Fiat Uno di Tommaso e prendiamo l’autostrada che collega il porto di Durazzo alla capitale Tirana, ci fermiamo per una sosta dalle suore dove ci aspetta un pasto caldo, il tempo di mangiare e siamo di nuovo in viaggio. Mancano ancora cento chilometri a Klos ma le strade, se così si possono chiamare, sono spesso sterrate, così vengo a sapere che in Albania l’equazione distanza/tempo di percorrenza non vale, vale solo il tempo di percorrenza: 2 ore di cammino, due ore di macchina ... La costante è il tempo, le variabili sono i mezzi utilizzati e la praticabilità delle strade. Da Tirana il viaggio è avventuroso, dopo due ore lasciamo la strada asfaltata per la pista sterrata tra le montagne, i cartelli stradali sono approssimativi, fuorvianti, e la mappa che abbiamo non ci aiuta molto. Chiediamo informazioni ad un bar dove un signore di mezza età, col suo italiano stentato traccia le sue indicazioni su un foglio. Forti di queste proseguiamo ed imbocchiamo una pista che scende tra le profonde gole che il fiume Fan ha scavato tra le montagne, c’è molto fango e piove, c’è così tanto fango che la nostra povera Fiat Uno comincia a slittare in un tratto in salita, così io e Paolo decidiamo di comune accordo con Tommaso e Alberto di proseguire a piedi, in modo tale da permettere alla macchina di camminare e chiamare presto Suor Marylise – il nostro contatto in missione— per venirci a "salvare" con la jeep. E’ più di quattro ore che siamo partiti da Tirana e ancora di Klos nemmeno l’ombra. Paolo ed io camminiamo sotto la pioggia, la vegetazione è rigogliosissima, la strada continua a salire. Il paesaggio è mozza-fiato, mi sembra di essere sulle Dolomiti.

" E’ un'ora che camminiamo! Ma dove sono finiti quegli altri due?" Ci chiediamo.

"Il fatto è che siamo finiti in cima ad una montagna altissima, e per giunta c’è la nebbia!" Dico io rivolgendomi a Paolo. Siamo bagnati fradici. Si sente solo lo scosciare della pioggia, ad un tratto vediamo spuntare una Mercedes che corre all’impazzata verso di noi, dietro a seguire c’è la mitica Uno con a bordo Tommaso e Alberto. "Sono venuti a prenderci, siamo arrivati a Klos!". Gridiamo entrambi contenti. La macchia di testa si ferma ed esce un uomo di mezza età: è un pastore, Tommaso e Alberto l’hanno incontrato per strada.

Gridano: " Salite con lui, abbiamo sbagliato strada, lui ci porterà a Reps, vicino Klos".

Inizia così una folle corsa giù per la montagna a bordo della mercedes, io e Paolo ridiamo incoscientemente perché il nostro "salvatore" guida come pilota da rally su una strada a strapiombo; la Fiat ci sta a malapena a ruota. Passa mezz’ora e siamo già a Reps, le foto col nostro "salvatore" sono di rito, siamo euforici ma anche fradici e stanchi morti. Tommaso chiama Suor Marylise e la "implora" di venirci a prendere cercando di spiegarle dove siamo. Non possiamo più sbagliare, è quasi buio. Finalmente ecco la jeep della suora! Dopo esserci presentati in fretta saliamo a bordo del fuori strada di Suor Marylise.

-Quanti chilometri mancano per Klos?- chiedo a Suor Marylise.

-"Un ora. Qui non contano i chilometri ma le ore di strada." risponde. Da Reps a Klos è quasi un ora e quindici di strada accidentata, quasi una mulattiera, che costeggia il fiume che scorre in una valle incontaminata; tutto è verde acceso, il cielo è blu intenso, le montagne sono maestose, rispunta il sole. Sono le 20.00, arriviamo finalmente a Klos, non ci sembra vero, faccio un rapido calcolo e mi rendo conto che dalla nostra partenza da Messina sono trascorse circa 36 ore ininterrotte di viaggio. S. Marylise ci affida la casa del prete che per una settimana diventerà la nostra dimora, è ormai buio, e Paolo finalmente bacia la terra di Klos. Ce l’abbiamo fatta! Andiamo a letto presto, domani ci spetta il primo giorno di lavoro. Il giorno dopo, è il 23, andiamo in ospedale di prima mattina. Si tratta di una struttura che in Italia sarebbe giudicata totalmente inadatta allo scopo: le stanze sono pavimentate alla mano peggio, manca la sala operatoria, spesso mancano i vetri alle finestre, c'è l'impianto di riscaldamento ma non funziona da 15 anni.

Dalle 8:30 alle 14 manca l’elettricità in tutta la zona. L’ambulatorio odontoiatrico, se così si può definire, è veramente piccolo, tutto è in pochi metri quadri; la poltrona, i pochi strumenti, una vecchia sterilizzatrice –residuati di 30 anni fa—, ci fanno capire che siamo in un ambiente di primo intervento. Non c’è l’elettricità, quindi non si può utilizzare né la lampada né il micro motore che Francesco aveva lasciato a Suor Franca, la sterilizzatrice può funzionare solo di pomeriggio: non è possibile quindi sterilizzare subito gli strumenti, e se questi finiscono li immergiamo nel disinfettante per poi riutilizzarli appena necessario.

Paolo Alberto e Tommy rimangono un po’ interdetti, io più di loro visto che dovrei fare l’infermiere nonostante mi sia laureato in giurisprudenza da poco. Beh, faremo quello che si può: sicuramente estrarre ma anche curare qualche carie anche se i tempi di ogni singolo intervento si dilatano enormemente, tutto deve essere fatto rigorosamente a mano e con strumenti spesso inadeguati alle esigenze che il caso presenta; non c’è nemmeno il cotone per fare le medicazioni.

Iniziano a lavorare Tommaso e Alberto, io e Paolo per oggi provvederemo a procurare il necessario per la casa: cibo, detersivi per lavare i vestiti e quant’altro serva per la nostra permanenza a Klos. L’ occasione è d’oro per conoscere le nostre amatissime suore di Klos, Franca e Marylise, e la loro missione con la gente povera dei villaggi che gravitano introrno a Klos. Suor Franca ci spiega che è difficilissimo fare una stima del numero di abitanti del circondario, perchè le loro case sono sparse sulle montagne circostanti.

Klos è veramente piccola, ci vuole qualche minuto per visitarla, ci stupiamo perfino di trovarla indicata sulla cartina. E’ tutto raccolto in poche centinaia di metri: la chiesa, il cimitero annesso e la vicina scuola (costruite dagli austriaci), l’ospedale (costruito dall’organizzazione umanitaria INTERSOS), il bar del villaggio e i caratteristici negozi degli alimentari; si tratta di veri e propri punti di riferimento per i villaggi che vi gravitano intorno. L'attività delle suore è importantissima, perché raccolgono i ragazzi e assistono i poveri anche dal punto di vista sanitario; farmaci e infermeria sono fondamentali in un luogo dove la farmacia più vicina –sempre che si abbiano i soldi per arrivarci e comprare i farmaci —dista due ore e mezzo di auto, sempre che la strada risulti praticabile ... Da novembre ad aprile cade la neve ed è spesso capitato che il paese sia rimasto isolato per un mese. Il primo giorno di lavoro non è molto esaltante, sia per l’impatto che la mancanza di strumentazione adeguata ha su di noi, sia per il fatto che la gente è poca. Suor Marylise però ci dice di non scoraggiarci :”La gente sicuramente verrà nei prossimi gironi, bisogna attendere che la voce si sparga”. Detto fatto, il giorno dopo si presentano all’ambulatorio una cinquantina di persone, ci sono molti bambini con i denti completamente distrutti perché non usano lo spazzolino; gli “anziani” (qui una persona di quaranta anni ne dimostra i nostri settanta) invece sono spesso senza denti, con le sole radici infette. La prevenzione non esiste, e se un dente fa male c’è la “dentista” (una signora che semplicemente ha appreso il mestiere che viene tramandato di padre in figlio) la quale semplicemente toglie il dente, come ci spiegano i pazienti aiutandosi con i gesti. Il 23 iniziamo molto presto, sono le otto del mattino e Paolo e Tommaso sono già al lavoro, lavoriamo ininterrottamente fino alle 15 e 30. Consultandoci decidiamo di fare più gente possibile: ci sono persone che hanno fatto ben 3 ore di cammino per farsi dare un’occhiata. Dopo il pranzo il pomeriggio possa velocissimo. Accompagnati dai ragazzi del luogo che parlano italiano e che ormai ci seguono ovunque, decidiamo di salire sulla collina che domina Klos. Da lì godiamo una veduta stupenda: le case appena si notano tra la vegetazione, l’unico punto di riferimento veramente visibile è il campanile della chiesa.

Ci invitano la sera stessa ad una festa di matrimonio e noi siamo ben contenti di andarci. “Qui il matrimonio si comincia a festeggiare 15 giorni prima della data delle nozze” ci spiega Conti, uno dei ragazzi che ci fa da interprete, “le nozze le festeggiamo ogni sera a casa dello sposo, dove si ritrovano amici e parenti”. Andiamo così alla festa, siamo un po’ curiosi di vedere come sarà. Dopo una camminata di almeno mezz’ora, al lume della sola torcia elettrica, arriviamo a casa dello sposo. Ci accolgono con un grande calore, il capo famiglia ci invita a sedere ad un tavolo di soli uomini; tutt’attorno abbiamo un sacco di bambini che divertiti ci osservano bere rakì (la potentissima grappa fatta in casa), fumare sigarette e bere il buonissimo caffè turco, poi ci invitano a ballare. E’ la festa della famiglia e degli amici, l’allegria e l’affetto della gente ci coinvolge, siamo felici e ci sentiamo circondati da un'atmosfera di calore umano che difficilmente si avverte in Italia. Si fa tardi, quasi quasi non ce ne vogliamo andare, ma bisogna di tornare a casa vista l’ora e soprattutto considerata la quantità di alcol ingerito. Tra qualche ora ci aspetta il lavoro in ospedale.

E’ il 25 agosto, oggi Tommaso e Alberto ci lasciano, hanno deciso di proseguire per visitare l’ex Jugoslavia. Rimarremo soltanto in due a continuare il lavoro tra la gente. Anche oggi abbiamo deciso di visitare più gente possibile, siamo anche venuti a sapere che la maggior parte della gente aspetta che venga il dentista dell’Associazione per farsi controllare. Si fanno le 14 e 15 senza che ce ne accorgiamo, tanta è la voglia di dare un sollievo. Chiuso con il lavoro torniamo al nostro alloggio, pranziamo e andiamo a casa di Angelina, una delle ragazzine conosciute dalle Suore, la quale ci ha invitato a prendere un caffè. Il fratello di Angelina ci accompagna poi a fare una bellissima escursione in montagna lungo un torrente. Torniamo a casa stanchi ma con i polmoni ben ossigenati; il tempo di una doccia e andiamo a casa delle suore dove ci aspetta una cena buonissima. E' il penultimo giorno e già con Paolo programmiamo il ritorno a Tirana.

Ultimo giorno di lavoro a Klos, ci svegliamo presto, è la mattina de 26 agosto, come di rito ci rechiamo in ospedale. Come sempre c’è la fila dietro la porta del dentista, anche la saletta odontoiatrica è piena di pazienti che attendono e nel contempo partecipano al nostro lavoro, anche aiutandoci con la traduzione. Tra un intervento e l’altro cerco di distribuire ai tanti bambini le ultime bambole rimaste che Paolo ha portato da casa e le macchinine di Tommaso. Lavoriamo senza riposarci, il tempo scorre veloce, senza accorgercene si fanno nuovamente le due e mezza, è l’ora di staccare, di andare, la nostra missione è finita, domani dobbiamo essere a Tirana, tappa intermedia obbligata per il nostro ritorno in Italia.

Salutiamo la gente del paese che è rimasta fino alla fine all’ambulatorio. A cena siamo ancora ospiti delle suore, che per l’ultima volta ci cucinano un ottimo pasto, dopo di che andiamo a dormire, rifiutando a malincuore un invito ad una festa di matrimonio. Alzarsi il giorno dopo alle cinque è dura, salutiamo per l’ultima volta suor Franca e saliamo su un pittoresco minibus, che scende come sulle montagne russe tra le strade accidentate della valle di Klos. Dopo due ore siamo arrivati a Rreshen, e da li proseguiamo per Tirana. L’impatto con la capitale è drastico, passiamo dal paesaggio agreste di Klos al caos di una città senza ordine, nelle cui poche strade polverosissime circolano una miriade di macchine. Tramite Francesco Specchiarelli riusciamo ad alloggiare alla Caritas, dove conosciamo anche la simpaticissima Suor Iside.

Tirana ci prende tutti, il tempo di sbarbarci e siamo già in strada con altri ragazzi italiani che come noi alloggiano in Caritas nell’attesa di partire per l’Italia: anche loro fanno Volontariato ma sono ingegneri, e aiutano l’Albania a dotarsi di infrastrutture adeguate. Assieme a loro visitiamo la città, prima di notte e poi di giorno: bellissime la moschea, la piazza principale, i locali notturni, le vie principali. Mi sembra di essere in Europa ma ti accorgi che, dieci metri fuori Piazza Scanderberg tutto improvvisamente cambia, e la povertà si tocca con mano. Gli sguardi dei bambini non sono per nulla differenti da quelli di Klos, hanno gli occhi che chiedo aiuto anche se la loro bocca non proferisce parola, hanno gli occhi che gridano e reclamano la restituzione della loro infanzia negata, in un paese in cui la dura realtà di tutti i giorni ti fa diventare presto grande.

E’ estenuante l’attesa per partite dal porto di Durazzo: ci sono intere famiglie albanesi, il porto scoppia di diecimila persone che attendono di imbarcarsi per tornare al lavoro in Italia. Scambiamo alcune battute con loro (siamo ormai imbarcati sulla nave), e la domanda che ognuno ci fa dopo aver capito che siamo Italiani è: “Ma cosa siete venuti a fare in Albania?”.

Siamo stati a fare un esperienza bellissima di Volontariato sicuramente da ripetere, magari a Klos, magari altrove, quello che è certo però è che abbiamo donato una parte di noi stessi a delle persone che ne avevano veramente bisogno e che non avevano altra moneta con cui ringraziarti che la loro stima e il loro sorriso. Vedere un bambino, un adolescente, un giovane o un vecchio uscire dalla saletta dell’ambulatorio dopo che Paolo aveva provveduto alle possibili cure del caso e ricevere un semplice “Faleminderit” (che in albanese significa grazie) ci ha fatto capire che quello che facevamo era importantissimo. Quei “Faleminderit” ripetuti incessantemente dalla gente sono stati la molla che ci ha fatto lavorare senza sentire fatica, la molla che ci ha fatto affrontare e forse risolvere (per quello che è stato possibile) i mille problemi che abbiamo incontrato.

Volontari Asmo

Giuseppe Celi e Paolo Genovese

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