Missione in Albania, agosto 2005
al
campanello suona Paolo, il mio carissimo amico dentista.
Prendo
le mie valige. Siamo pronti per la partenza: la nostra meta sarà Klos, un
piccolo paesino a centotrenta chilometri da Tirana. Prendiamo il treno da
Messina per arrivare a Bari in serata, dove ci aspetta la nave che dopo una
lunga traversata notturna ci sbarca a Durazzo. Appena ci imbarchiamo mi accorgo
che sulla nave sono tutte persone che tornano a casa, magari dopo molti anni.
Sono Emigranti che vanno a trovare i genitori e i familiari, che ancora vivono
in Albania anche grazie ai risparmi che i loro figli e parenti riescono ad
accumulare lavorando in Italia, Germania, Inghilterra.
La
storia si ripete: così come noi Italiani cinquanta anni fa emigravamo in cerca
di fortuna in America, così gli Albanesi nell’era di internet fuggono dalla
loro Nazione per poter sopravvivere. L’impatto col porto di Durazzo è strano,
vedi navi fatiscenti abbandonate che a mala pena galleggiano, le case che lo
circondano sono grigie –forse anche a causa del tempo uggioso—, bambini che
alla dogana ti aiutano a prendere i bagagli con la speranza di ricevere in
cambio qualche leka (così si chiama la moneta albanese).
Al
porto ci attendono Tommaso e Alberto, gli altri due Volontari dell’ASMO, con
cui andremo a Klos. Saliamo sulla Fiat Uno di Tommaso e prendiamo l’autostrada
che collega il porto di Durazzo alla capitale Tirana, ci fermiamo per una sosta
dalle suore dove ci aspetta un pasto caldo, il tempo di mangiare e siamo di
nuovo in viaggio. Mancano ancora cento chilometri a Klos ma le strade, se così
si possono chiamare, sono spesso sterrate, così vengo a sapere che in Albania
l’equazione distanza/tempo di percorrenza non vale, vale solo il tempo di
percorrenza: 2 ore di cammino, due ore di macchina ... La costante è il tempo,
le variabili sono i mezzi utilizzati e la praticabilità delle strade. Da Tirana
il viaggio è avventuroso, dopo due ore lasciamo la strada asfaltata per la
pista sterrata tra le montagne, i cartelli stradali sono approssimativi,
fuorvianti, e la mappa che abbiamo non ci aiuta molto. Chiediamo informazioni ad
un bar dove un signore di mezza età, col suo italiano stentato traccia le sue
indicazioni su un foglio. Forti di queste proseguiamo ed imbocchiamo una pista
che scende tra le profonde gole che il fiume Fan ha scavato tra le montagne,
c’è molto fango e piove, c’è così tanto fango che la nostra povera Fiat
Uno comincia a slittare in un tratto in salita, così io e Paolo decidiamo di
comune accordo con Tommaso e Alberto di proseguire a piedi, in modo tale da
permettere alla macchina di camminare e chiamare presto Suor Marylise – il
nostro contatto in missione— per venirci a "salvare" con la jeep.
E’ più di quattro ore che siamo partiti da Tirana e ancora di Klos nemmeno
l’ombra. Paolo
ed io camminiamo sotto la pioggia, la vegetazione è rigogliosissima, la strada
continua a salire. Il paesaggio è mozza-fiato, mi sembra di essere sulle
Dolomiti.
"
E’ un'ora che camminiamo! Ma dove sono finiti quegli altri due?" Ci
chiediamo. 
"Il
fatto è che siamo finiti in cima ad una montagna altissima, e per giunta c’è
la nebbia!" Dico io rivolgendomi a Paolo. Siamo bagnati fradici. Si sente
solo lo scosciare della pioggia, ad un tratto vediamo spuntare una Mercedes che
corre all’impazzata verso di noi, dietro a seguire c’è la mitica Uno con a
bordo Tommaso e Alberto. "Sono venuti a prenderci, siamo arrivati a
Klos!". Gridiamo entrambi contenti. La macchia di testa si ferma ed esce un
uomo di mezza età: è un pastore, Tommaso e Alberto l’hanno incontrato per
strada.
Gridano:
" Salite con lui, abbiamo sbagliato strada, lui ci porterà a Reps, vicino
Klos".
Inizia
così una folle corsa giù per la montagna a bordo della mercedes, io e Paolo
ridiamo incoscientemente perché il nostro "salvatore" guida come
pilota da rally su una strada a strapiombo; la Fiat ci sta a malapena a ruota.
Passa mezz’ora e siamo già a Reps, le foto col nostro "salvatore"
sono di rito, siamo euforici ma anche fradici e stanchi morti. Tommaso chiama
Suor Marylise e la "implora" di venirci a prendere cercando di
spiegarle dove siamo. Non possiamo più sbagliare, è quasi buio. Finalmente
ecco la jeep della suora! Dopo esserci presentati in fretta saliamo a bordo del
fuori strada di Suor Marylise.
-Quanti
chilometri mancano per Klos?- chiedo a Suor Marylise.
-"Un
ora. Qui non contano i chilometri ma le ore di strada." risponde.
Da
Reps a Klos è quasi un ora e quindici di strada accidentata, quasi una
mulattiera, che costeggia il fiume che scorre in una valle incontaminata; tutto
è verde acceso, il cielo è blu intenso, le montagne sono maestose, rispunta il
sole. Sono le 20.00, arriviamo finalmente a Klos, non ci sembra vero, faccio un
rapido calcolo e mi rendo conto che dalla nostra partenza da Messina sono
trascorse circa 36 ore ininterrotte di viaggio. S. Marylise ci affida la casa
del prete che per una settimana diventerà la nostra dimora, è ormai buio, e
Paolo finalmente bacia la terra di Klos. Ce l’abbiamo fatta! Andiamo a letto
presto, domani ci spetta il primo giorno di lavoro. Il giorno dopo, è il 23,
andiamo in ospedale di prima mattina. Si tratta di una struttura che in Italia
sarebbe giudicata totalmente inadatta allo scopo: le stanze sono pavimentate
alla mano peggio, manca la sala operatoria, spesso mancano i vetri alle
finestre, c'è l'impianto di riscaldamento ma non funziona da 15 anni.
Dalle
8:30 alle 14 manca l’elettricità in tutta la zona. L’ambulatorio
odontoiatrico, se così si può definire, è veramente piccolo, tutto è in
pochi metri quadri; la poltrona, i pochi strumenti, una vecchia sterilizzatrice
–residuati di 30 anni fa—, ci fanno capire che siamo in un ambiente di primo
intervento. Non c’è l’elettricità, quindi non si può utilizzare né la
lampada né il micro motore che Francesco aveva lasciato a Suor Franca, la
sterilizzatrice può funzionare solo di pomeriggio: non è possibile quindi
sterilizzare subito gli strumenti, e se questi finiscono li immergiamo nel
disinfettante per poi riutilizzarli appena necessario.
Paolo
Alberto e Tommy rimangono un po’ interdetti, io più di loro visto che dovrei
fare l’infermiere nonostante mi sia laureato in giurisprudenza da poco. Beh,
faremo quello che si può: sicuramente estrarre ma anche curare qualche carie
anche se i tempi di ogni singolo intervento si dilatano enormemente, tutto deve
essere fatto rigorosamente a mano e con strumenti spesso inadeguati alle
esigenze che il caso presenta; non c’è nemmeno il cotone per fare le
medicazioni.
Iniziano
a lavorare Tommaso e Alberto, io e Paolo per oggi provvederemo a procurare il
necessario per la casa: cibo, detersivi per lavare i vestiti e quant’altro
serva per la nostra permanenza a Klos. L’ occasione è d’oro per conoscere
le nostre amatissime suore di Klos, Franca e Marylise, e la loro missione con la
gente povera dei villaggi che gravitano introrno a Klos. Suor Franca ci spiega
che è difficilissimo fare una stima del numero di abitanti del circondario,
perchè le loro case sono sparse sulle montagne circostanti.
Klos
è veramente piccola, ci vuole qualche minuto per visitarla, ci stupiamo perfino
di trovarla indicata sulla cartina. E’ tutto raccolto in poche centinaia di
metri: la chiesa, il cimitero annesso e la vicina scuola (costruite dagli
austriaci), l’ospedale (costruito dall’organizzazione umanitaria INTERSOS),
il bar del villaggio e i caratteristici negozi degli alimentari; si tratta di
veri e propri punti di riferimento per i villaggi che vi gravitano intorno.
L'attività delle suore è importantissima, perché raccolgono i ragazzi e
assistono i poveri anche dal punto di vista sanitario; farmaci e infermeria sono
fondamentali in un luogo
dove la
farmacia più vicina –sempre che si abbiano i soldi per arrivarci e comprare i
farmaci —dista due ore e mezzo di auto, sempre che la strada risulti
praticabile ... Da novembre ad aprile cade la neve ed è spesso capitato che il
paese sia rimasto isolato per un mese. Il primo giorno di lavoro non è molto
esaltante, sia per l’impatto che la mancanza di strumentazione adeguata ha su
di noi, sia per il fatto che la gente è poca. Suor Marylise però ci dice di
non scoraggiarci :”La gente sicuramente verrà nei prossimi gironi, bisogna
attendere che la voce si sparga”. Detto fatto, il giorno dopo si presentano
all’ambulatorio una cinquantina di persone, ci sono molti bambini con i denti
completamente distrutti perché non usano lo spazzolino; gli “anziani” (qui
una persona di quaranta anni ne dimostra i nostri settanta) invece sono spesso
senza denti, con le sole radici infette. La prevenzione non esiste, e se un
dente fa male c’è la “dentista” (una signora che semplicemente ha appreso
il mestiere che viene tramandato di padre in figlio) la quale semplicemente
toglie il dente, come ci spiegano i pazienti aiutandosi con i gesti. Il 23
iniziamo molto presto, sono le otto del mattino e Paolo e Tommaso sono già al
lavoro, lavoriamo ininterrottamente fino alle 15 e 30. Consultandoci decidiamo
di fare più gente possibile: ci sono persone che hanno fatto ben 3 ore di
cammino per farsi dare un’occhiata. Dopo il pranzo il pomeriggio possa
velocissimo. Accompagnati dai ragazzi del luogo che parlano italiano e che ormai
ci seguono ovunque, decidiamo di salire sulla collina che domina Klos. Da lì
godiamo una veduta stupenda: le case appena si notano tra la vegetazione,
l’unico punto di riferimento veramente visibile è il campanile della chiesa.
Ci
invitano la sera stessa ad una festa di matrimonio e noi siamo ben contenti di
andarci. “Qui il matrimonio si comincia a festeggiare 15 giorni prima della
data delle nozze” ci spiega Conti, uno dei ragazzi che ci fa da interprete,
“le nozze le festeggiamo ogni sera a casa dello sposo, dove si ritrovano amici
e parenti”. Andiamo così alla festa, siamo un po’ curiosi di vedere come
sarà. Dopo una camminata di almeno mezz’ora, al lume della sola torcia
elettrica, arriviamo a casa dello sposo. Ci accolgono con un grande calore, il
capo famiglia ci invita a sedere ad un tavolo di soli uomini; tutt’attorno
abbiamo un sacco di bambini che divertiti ci osservano bere rakì (la
potentissima grappa fatta in casa), fumare sigarette e bere il buonissimo caffè
turco, poi ci invitano a ballare. E’ la festa della famiglia e degli amici,
l’allegria e l’affetto della gente ci coinvolge, siamo felici e ci sentiamo
circondati da un'atmosfera di calore umano che difficilmente si avverte in
Italia. Si fa tardi, quasi quasi non ce ne vogliamo andare, ma bisogna di
tornare a casa vista l’ora e soprattutto considerata la quantità di alcol
ingerito. Tra qualche ora ci aspetta il lavoro in ospedale.
E’
il 25 agosto, oggi Tommaso e Alberto ci lasciano, hanno deciso di proseguire per
visitare l’ex Jugoslavia. Rimarremo soltanto in due a continuare il lavoro tra
la gente. Anche oggi abbiamo deciso di visitare più gente possibile, siamo
anche venuti a sapere che la maggior parte della gente aspetta che venga il
dentista dell’Associazione per farsi controllare. Si fanno le 14 e 15 senza
che ce ne accorgiamo, tanta è la voglia di dare un sollievo. Chiuso con il
lavoro torniamo al nostro alloggio, pranziamo e andiamo a casa di Angelina, una
delle ragazzine conosciute dalle Suore, la quale ci ha invitato a prendere un
caffè. Il fratello di Angelina ci accompagna poi a fare una bellissima
escursione in montagna lungo un torrente. Torniamo a casa stanchi ma con i
polmoni ben ossigenati; il tempo di una doccia e andiamo a casa delle suore dove
ci aspetta una cena buonissima. E' il penultimo giorno e già con Paolo
programmiamo il ritorno a Tirana.
Ultimo
giorno di lavoro a Klos, ci svegliamo presto, è la mattina de 26 agosto, come
di rito ci rechiamo in ospedale. Come sempre c’è la fila dietro la porta del
dentista, anche la saletta odontoiatrica è piena di pazienti che attendono e
nel contempo partecipano al nostro lavoro, anche aiutandoci con la traduzione.
Tra un intervento e l’altro cerco di distribuire ai tanti bambini le ultime
bambole rimaste che Paolo ha portato da casa e le macchinine di Tommaso.
Lavoriamo senza riposarci, il tempo scorre veloce, senza accorgercene si fanno
nuovamente le due e mezza, è l’ora di staccare, di andare, la nostra missione
è finita, domani dobbiamo essere a Tirana, tappa intermedia obbligata per il
nostro ritorno in Italia.
Salutiamo
la gente del paese che è rimasta fino alla fine all’ambulatorio. A cena siamo
ancora ospiti delle suore, che per l’ultima volta ci cucinano un ottimo pasto,
dopo di che andiamo a dormire, rifiutando a malincuore un invito ad una festa di
matrimonio. Alzarsi il giorno dopo alle cinque è dura, salutiamo per l’ultima
volta suor Franca e saliamo su un pittoresco minibus, che scende come sulle
montagne russe tra le strade accidentate della valle di Klos. Dopo due ore siamo
arrivati a Rreshen, e da li proseguiamo per Tirana. L’impatto con la capitale
è drastico, passiamo dal paesaggio agreste di Klos al caos di una città senza
ordine, nelle cui poche strade polverosissime circolano una miriade di macchine.
Tramite Francesco Specchiarelli riusciamo ad alloggiare alla Caritas, dove
conosciamo anche la simpaticissima Suor Iside.
Tirana
ci prende tutti, il tempo di sbarbarci e siamo già in strada con altri ragazzi
italiani che come noi alloggiano in Caritas nell’attesa di partire per
l’Italia: anche loro fanno Volontariato ma sono ingegneri, e aiutano
l’Albania a dotarsi di infrastrutture adeguate. Assieme a loro visitiamo la
città, prima di notte e poi di giorno: bellissime la moschea, la piazza
principale, i locali notturni, le vie principali. Mi sembra di essere in Europa
ma ti accorgi che, dieci metri fuori Piazza Scanderberg tutto improvvisamente
cambia, e la povertà si tocca con mano. Gli sguardi dei bambini non sono per
nulla differenti da quelli di Klos, hanno gli occhi che chiedo aiuto anche se la
loro bocca non proferisce parola, hanno gli occhi che gridano e reclamano la
restituzione della loro infanzia negata, in un paese in cui la dura realtà di
tutti i giorni ti fa diventare presto grande.
E’
estenuante l’attesa per partite dal porto di Durazzo: ci sono intere famiglie
albanesi, il porto scoppia di diecimila persone che attendono di imbarcarsi per
tornare al lavoro in Italia. Scambiamo alcune battute con loro (siamo ormai
imbarcati sulla nave), e la domanda che ognuno ci fa dopo aver capito che siamo
Italiani è: “Ma cosa siete venuti a fare in Albania?”.
Siamo stati a fare un esperienza bellissima di Volontariato sicuramente da ripetere, magari a Klos, magari altrove, quello che è certo però è che abbiamo donato una parte di noi stessi a delle persone che ne avevano veramente bisogno e che non avevano altra moneta con cui ringraziarti che la loro stima e il loro sorriso. Vedere un bambino, un adolescente, un giovane o un vecchio uscire dalla saletta dell’ambulatorio dopo che Paolo aveva provveduto alle possibili cure del caso e ricevere un semplice “Faleminderit” (che in albanese significa grazie) ci ha fatto capire che quello che facevamo era importantissimo. Quei “Faleminderit” ripetuti incessantemente dalla gente sono stati la molla che ci ha fatto lavorare senza sentire fatica, la molla che ci ha fatto affrontare e forse risolvere (per quello che è stato possibile) i mille problemi che abbiamo incontrato.
Volontari Asmo
Giuseppe Celi e Paolo Genovese
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