Missione in Albania di Lucia Scoccia
Arrivo in Albania il 3 luglio alle ore 9.30.
La prima tappa è a venti minuti dall’aeroporto: "Villaggio Betania".
Si tratta di un complesso di costruzione relativamente recente con ampi
spazi verdi, attrezzati per i giochi e tante piccole e colorate case di legno
che ospitano circa 86 bambini (la richiesta di accoglienza è continua) di età
compresa da 0 a 16 anni: la più piccola ha appena un mese ed è arrivata ieri.
Ogni casa ha la sua cucina, bagno stanza per i giochi e camerette.
Ogni bambino porta con sé una storia drammatica: genitori morti o detenuti, implicati in faide famigliari o "semplicemente" troppo poveri. Nel villaggio non manca nulla: ogni quindici giorni, come riferisce la responsabile, una ragazza italiana di nome Paola, arriva un camion dall’Italia che porta tutto ciò di cui hanno bisogno; i bambini sono molto curati, ben vestiti e, i più grandi, si esprimono correttamente in italiano: è una sorta di isola in mezzo al territorio albanese.
Terminata la visita, si parte per la località dove sono situati gli ambulatori e i nostri alloggi: Arameras.
E’
l’altra faccia della medaglia: siamo alla periferia di Krujë, l’antica
capitale albanese che è un piccolo centro prevalentemente rurale. La maggior
parte della popolazione abita nelle campagne riunita in tanti piccoli villaggi
dove si pratica un’agricoltura di sussistenza.
Si vedono campi di granturco circondati da filari di viti, si intravedono qua e là piccoli orti e qualche pianta di ulivo, si incontrano pecore, asini e mucche; non ho visto trattori.
Arriviamo all’Ambulança (Ambulatorio) Maria Domenika: una vecchia struttura in legno che rappresenta il Pronto soccorso della zona. Qui la direzione, l’organizzazione del lavoro, la mano d’opera, la raccolta di fondi e materiali per gli ambulatori, i contatti con la popolazione, con i referenti istituzionali e politici…tutto fa capo a tre suore eccezionali (…e ve lo dice una anticlericale convinta!)
La superiora, suor Graziana, abruzzese come me, originaria di Bucchianico
in provincia di Chieti, non perde mai la calma ed è sempre sorridente,
anche nelle situazioni più difficili; amministratrice accorta, cuoca
eccellente, bravissima infermiera, dolce, materna e, al tempo stesso,
professionale e decisa: è il punto di riferimento per tutti. Quindi c’è suor
Tipthara, originaria di Pechino: un autentico vulcano! Conosce tutti e tutti la
conoscono, è attiva, intraprendente, sempre pronta a dar vita a nuove
iniziative: recentemente è riuscita, organizzando una raccolta di fondi nel suo
paese, a costruire una casa per una delle famiglie più povere della zona e,
dirigendo personalmente i lavori, ha portato a termine l’opera con soli 7.000
euro…ed è anche una bella casa! ( potrebbe essere un ottimo spunto per
ripetere l’esperienza, visto che di famiglie povere ce ne sono ancora tante.)
Poi c’è suor Suphaphon, una tailandese molto gentile e discreta, anche lei è una bravissima infermiera, responsabile della farmacia ed esperta informatica. Le suore si avvalgono della collaborazione di due ragazze locali, molto capaci e intelligenti : Elona e Lindita.
Tutte e tre le suore, perfettamente inserite nell’ambiente, vicine alle famiglie, alle loro storie di miseria e di arretratezza, si adoperano soprattutto per i ragazzi, nel tentativo di fornire loro una possibilità di futuro. Oltre agli ambulatori, infatti, le suore hanno avviato una scuola di taglio per le ragazze, un asilo e una scuola di italiano, dove insegna suor Graziana e dove i ragazzi si recano spontaneamente, con tanta voglia di imparare. Se consideriamo che la maggioranza della popolazione è di religione musulmana, un tale risultato esalta ancora di più le capacità e l’atteggiamento positivo di queste missionarie.
Attorno alla struttura c’è un grande parco, ai limiti del quale sorge una Chiesa con annessa la canonica dove vive un sacerdote gesuita, anche lui italiano. Di solito, bambini e ragazzi si riuniscono a giocare in quest’area, se il prete ( che non è disponibile come le suore al contatto con i musulmani!) non li scaccia, oppure si raggruppano nella strada davanti agli ambulatori: praticamente questo è una sorta di punto d’incontro.
Il lavoro nell’infermeria è continuo, le urgenze sono costituite prevalentemente da ustioni, c’è almeno un ustionato al giorno, venerdì ce ne sono stati tre!
Si
tratta di bambini che hanno urtato i pentolini sul fornello (posto al centro
dell’unica stanza dove vivono tutti) facendo rovesciare l’acqua, il latte,
l’olio…oppure di adulti bruciati dalla calce viva, che è la più grossa
"industria" della zona e quella che offre la paga migliore: 800 lèke
al giorno; 125 lèke corrispondono a 1 euro ( un pacchetto di sigarette costa 2
euro, un tubetto di dentifricio 280 lèke).
Andando verso Krujë alta, dove c’è il castello con la rocca e il
monumento all’eroe nazionale Giorgio Castriota
Scanderbeg, protagonista della resistenza albanese contro i turchi nella seconda
metà del ‘400, si possono vedere le montagne squarciate che mostrano il loro
interno bianco (da cui il nome Albania : paese bianco) fatto di rocce calcaree,
che vengono spaccate e accatastate nei forni dove bruciano per giorni prima di
essere messe nelle vasche per formare la calce viva che viene adoperata per le
costruzioni ( come da noi 50 anni fa ).
Lunedì
si comincia con il lavoro; ci sono due poltrone da dentista, una risale al
dopoguerra, l’altra è un po’ più recente. Un gruppo di bambini,
accompagnati da una suora, siede composto sulle panche della sala d’attesa.
Entrano uno alla volta, si siedono sulla poltrona, aprono la bocca senza fare
storie, reggono con la manina l’aspirasaliva…non ci posso credere!!! Ce n’è
uno che ha 6 anni e un nome più grande di lui, si chiama Giovanni, ha degli
occhi verde muschio, profondissimi e pensierosi, come li hanno tutti i bambini
cresciuti troppo in fretta. I suoi denti, o meglio, quello che ne rimane,
hanno bisogno di interventi importanti: Giovanni non batte ciglio, eppure si
vede che ha paura; quando sente dolore alza timidamente un ditino per
avvertirmi, un breve luccichìo degli occhi e basta. Per fortuna avevo, per
caso, un giochino nella borsa, mi sarei sentita in colpa a non gratificare un
bambino così! (Consiglio a chi verrà di portare dei piccoli giochi : i
bambini che vivono qui non ne hanno.)
Ma le sorprese non sono finite, più tardi, alcuni ragazzini ( 7, 8, 9
anni), da soli, a piedi nudi perché, da bravi musulmani
hanno lasciato i sandali fuori dalla porta, vengono a curarsi i denti!
Penso alle "piaghe" che frequentavano il mio studio e "frignavano" per mezz’ora prima ancora di aprire la bocca.
Martedì arriva Giorgio, il collega umbro, anche lui subisce l’impatto con le "attrezzature", ma l’entusiasmo e la voglia di mettersi al lavoro gli fanno superare tutto agevolmente.
Si lavora praticamente tutto il giorno; a giorni alterni c’è anche una dentista locale, quindi ci alterniamo o collaboriamo.
Giovedì suor Tipthara ci porta a visitare i piccoli villaggi, nella campagna attorno ad Arameras: pur nella loro estrema povertà sono tutti gentilissimi, ci invitano ad entrare nelle loro abitazioni, poco più che baracche, con finestre senza vetri e porte che chiudono a mala pena l’apertura. Hanno qualche gallina e qualcuno, più fortunato, ha una mucca.
Penso
alle adozioni a distanza: qui è possibile farlo con bambini che hanno un nome e
un volto ed esiste la possibilità del controllo diretto delle suore o dei
volontari ASMO, che ne dite?
Questa esperienza si è conclusa forse troppo in fretta. Mi ripropongo di tornare, è stata una bella esperienza; senza dubbio il lavoro del medico è molto più gratificante quando è rivolto a chi ha veramente bisogno, ma pensare che è meglio essere utili che ricchi, nel mondo del benessere appare una banalità, anzi un assurdo, e solo qui è una verità.
Lucia Scoccia, Volontaria ASMO
Scoccia Lucia con i piccoli pazienti e le Suore