Relazione dei volontari ASMO in Missione in Tanzania nel 2003
Sono partito con Cesare il 4 luglio
destinazione MLALI-TANZANIA per un periodo di 2 settimane.Quello che vorrei
raccontare non è tanto il lavoro odontoiatrico svolto,ma quello che mi è
rimasto dentro dopo queste 2 settimane.Prima di tutto devo dire che il sorriso
dei bambini è quello che più mi ha colpito: è veramente un qualcosa che ti
rimane.La missione di Mlali è nata alcuni anni fa per opera di Padre Angelo
Simonetti con la precisa idea di realizzare un centro a favore di bambini
portatori di handicap fisici ed è questo centro"Kituo" in Swahili,con
i suoi "bambini sorridenti",il nucleo centrale.
In questo tipo di esperienza ho incontrato
personaggi di uno spessore morale, di una forza interiore da far rabbrividire
noi occidentali provenienti da un mondo dove i fronzoli sono al primo posto,dove
l'apparire è una cosa di estrema importanza.In questi vasti spazi, grovigli di
vegetazione fatta di umili piante, ti senti come indifeso,povero e capisci che
l'apparire ad ogni costo qui non conta: questo è un mondo senza fronzoli.
Padre Francesco,Padre Carlo,Fra Egidio,Fra
Giorgio,Suor Luz Daris,Suor Consuelo: sono questi i personaggi che ho conosciuto
e che di certo non saranno cancellati dalla mia mente.La visione che si ha dalla
missione di Mlali è stupenda, si può vedere l'immensa distesa della savana e
lo sguardo si perde lontano fino a dove il confine tra cielo e terra non è più
definibile. Il nostro contributo, in termini di bisogni
reali della popolazione del luogo,è stato senza dubbio piccola cosa. Quello che
serve a questa gente per uscire dalla miseria e dalla schiavitù e giungere ad uno
sviluppo sociale ed economico migliore sono le strutture di base:ospedali,
scuole, strade, acqua, elettricità.Dopo aver fornito la nostra piccola
collaborazione odontoiatrica,da parte del personale del
Dispensario(medico,infermiere e altri )ci è stato detto un "Ahsante"cioè"Grazie"in
Swahili particolarmente caloroso e ci hanno donato una maglietta con
scritto"Karibu" cioè "Benvenuti" in Tanzania. E' stato un
momento bellissimo, quel"Grazie di essere venuti fin qui per cercare di
aiutarci" mi ha riempito di gioia e mi ha fatto capire ancor di più che la
Solidarietà fondata su valori importanti,primo fra tutti il rispetto della
persona umana, è patrimonio di inestimabile valore.
Ciao
a tutti! Eccomi tornata da Mlali-Tanzania.Dal 4/10 al 19/10
Quando
sono arrivata a Mlali, sono rimasta sorpresa dell'ottima struttura del Kituo.
Per chi non lo sapesse, è un ospedale per bambini con problemi ortopedici e/o
neurologici, all'interno di una missione, con dispensario, a Mlali, un paesino
sperduto della Tanzania. Tutto questo è stato costruito ed è finanziato da
volontari italiani.
Tornando
al Kituo, è costruito proprio bene, con attrezzature adeguate, anche se non
modernissime, con materiali semplici ma funzionali, pulita e ben organizzata.
Sono
stata molto contenta, inoltre, di aver potuto fare il mio lavoro
(fisioterapista), e mi sono resa conto che ce n'è veramente bisogno. Sono stata
tutto il tempo a stretto contatto con i bambini, ho giocato e lavorato con loro.
E tutta la missione ruota intorno a loro, tutto è in funzione loro, anche le
entrate del dispensario. Ho avuto un pò di difficoltà con la lingua, perché
i bimbi parlavano solo swahili ma per fortuna sono più bravi di me
ad imparare una lingua straniera, così con loro potevo usare anche un pò di
italiano oltre ai gesti ed i mimi!
Tutto
il lavoro di riabilitazione è portato avanti da suor Shirley, l'unica fisioterapista
che ha dovuto insegnare alle ragazze del posto l' ABC della riabilitazione, e
che deve fare da infermiera,ortopedico, organizzatrice ed insegnante! Mi sento
in dovere di riferire all' ASMO che al Kituo necessitano di fisioterapisti...!
Il
lavoro da fare è veramente tanto e purtroppo non si può fare in 15 giorni!
Non
posso non citare la persona di padre Francesco che amministra tutta la missione
in modo impeccabile, oculato e preciso. Sembra una persona sulle sue, un pò
brusca nei modi, in realtà è per il compito non semplice che gli è stato
dato.Lo stimo e lo ammiro.
Sono stata contenta anche dei miei compagni di viaggio, e devo dire che eravamo proprio assortiti bene. Paolo pieno di esperienza e di buon senso, Giorgio l'amico dei bambini, Maria che avrebbe voluto portarseli a casa tutti quanti, e Federica che all'inizio ha avuto un pò di difficoltà ad adattarsi ma che poi si è dimostrata piena di entusiasmo e di voglia di fare. Un grazie a tutti.
Il 3 ottobre sono partita come volontaria per l’Africa nel quadro di un progetto promosso dall’ASMO.
Tutto è nato da una proposta lanciata dal dentista dove esercito il mio lavoro di assistente odontoiatrica. Lui aveva già compiuto esperienze simili, avendo attrezzato, sempre per l’ASMO, un campo medico in Bosnia subito dopo la guerra, ed essendo andato già in Africa aveva una minima idea di quello che avremmo trovato una volta arrivati in Tanzania.
L’eccitazione e la curiosità era tantissima anche se piano piano che si avvicinava, a grandi passi, la data della partenza, la paura prendeva sempre più il sopravvento su tutte le altre emozioni.
Arrivammo in Tanzania dopo un viaggio molto tranquillo, passammo due giorni nella capitale, da veri e propri turisti e la mattina del lunedì partimmo alla volta della nostra destinazione finale: la missione di MLALI.
Arrivati trovai un posto molto accogliente e famigliare, ci venne a prendere alla fermata dell'autobus padre Francesco, il responsabile della missione, con cui facemmo subito conoscenza. Una persona molto taciturna, dura, burbera che non mi fece, di primo acchito, una bellissima impressione.
Ci sistemammo nelle nostre camere e iniziò per me la mia prima esperienza da volontaria, la più bella, costruttiva e profonda esperienza della mia vita.
La mattina dopo si iniziò subito a lavorare nel dispensario.
Fummo accolti dalle due infermiere: Egla e Clara che ci fecero vedere lo studio, il laboratorio e il magazzino delle scorte, tutto era perfetto, pulito e ordinato.
Il dispensario funziona sul modello della nostra mutua: il paziente provvisto della propria cartella, viene si fa fare la prestazione che necessita e poi paga ciò che è stato fatto; all’interno del dispensario si trova anche un medico tanzaniano e un ragazzo che si occupa del laboratorio d’analisi.
Dopo aver dato un occhio allo studio, abbiamo iniziato il nostro lavoro a pieno regime.
All’inizio è stata molto dura, non lo nascondo, avrei preso il primo aereo e sarei scappata in Italia, non ero pronta ad una realtà così fuori dal mio mondo, non potevo credere che, nel 2003, ci potessero essere persone costrette a vivere in tali estreme condizioni: case di fango, senza acqua, luce, cibo, che i bimbi non avessero vestiti, giochi, un letto dove dormire, insomma le cose più elementari che noi, oramai, non siamo neanche più in grado di apprezzare.
Non riuscivo nemmeno ad inquadrare il ruolo dei volontari: mi ero presa su dall’Italia per venire in Africa con l’intento di aiutare il più possibile queste persone, e il fatto di dovergli prendere un costo a prestazione mi sembrava una cosa assurda, nella mia scarsa conoscenza della realtà africana, mi dicevo “ ma come fanno a pagare il dentista o il medico che non hanno neanche gli scellini per poter mangiare?”. Che cosa siamo venuti a fare fin qua giù, se non siamo nemmeno liberi di dare un contributo, un aiuto reale a questa popolazione?
Tutte queste domande affollavano la mia mente senza riuscire a trovare delle risposte.
Con il trascorrere delle giornate passate al dispensario, alla clinica dei bimbi e su alla missione ho iniziato a capire il ruolo dei volontari, l’atteggiamento duro di padre Francesco e la gestione della missione.
La popolazione africana và educata nelle cose più semplici, è sbagliato l’atteggiamento dei turisti, che quando sbarcano nel continente nero, elargiscono alla popolazione che si accalca attorno a loro, un atteggiamento profondamente negativo che non aiuta la popolazione ma permette soltanto a noi occidentali di scaricarci la coscienza.
La stessa cosa valeva per i pazienti che venivano a farsi curare presso il dispensario, occorreva educarli alla propria igiene facendo loro comprendere che la tutela della nostra salute può essere un dovere oneroso.
Per quanto riguarda il lavoro siamo riusciti ad esercitarlo nel miglior modo possibile, avevamo tutti gli strumenti che ci potevano servire, le condizioni igieniche basilari per poterlo compiere e l’aiuto di due infermiere preparate.
Mi è stato detto che ora l’ASMO cercherà un dentista tanzaniano che possa fermarsi a MLALI per poter esercitare la sua qualifica in maniera prolungata nel tempo.
Credo che sia la cosa migliore, anche perché una volta avviate, le strutture devono avere la forza di camminare da sole, permettendo alle organizzazioni di volontari di orientarsi in altre zone povere dove si richiede il loro intervento.
Ma, prima di fare ciò occorre, a mio parere, approfondire il discorso delle detartrasi, servirebbe insegnare ad una infermiera, o ad una qualsiasi persona volenterosa di imparare, a compiere le pulizie dei denti, magari stabilendo dei periodi di prevenzione.
Non ha nessun senso, curare i denti facendo otturazioni, devitalizzazioni o inserendo protesi se prima, non si è creato nella bocca un ambiente idoneo per poter ricevere tutte le cure del caso.
Ho visto con i miei occhi condizioni igieniche incredibili, persone di quarant’anni che non hanno mai lavato i denti, con montagne di tartaro.
A queste persone qualsiasi intervento venga fatto in bocca è un palliativo, in quelle condizioni nulla può durare nel tempo.
Spero vivamente, che di questo argomento se ne possa parlare nei prossimi incontri, che l’ASMO terrà con i volontari che hanno vissuto questa esperienza.
Per quanto mi riguarda, è stata una bellissima, difficile esperienza di vita che, ora che sono ritornata in Italia, mi rendo conto mi ha cambiato radicalmente ma che tornerei a fare anche domani.
MLALI
19-07-03/ 1-08-03
Arriviamo in Tanzania dopo quasi un giorno e mezzo di viaggio.
Per me è la prima volta in Africa e non so cosa aspettarmi se non le immagini che ho sempre visto in televisione e quello che mi hanno raccontato altri volontari e amici.
La prima impressione di Dar Es Salam è di gran confusione. Per spostarsi da una parte all’altra della città ci si mette un sacco di tempo, la gente cammina per le strade come se dovesse fare chilometri. In ogni angolo c’è un mercatino come se fossero tanti negozi all’aperto: il falegname che costruisce i mobili, quello che vende le bare,i fiori,le ruote,i vasi,i vestiti. Si vende di tutto per la strada. Ad ogni incrocio c’è un ragazzino con qualcosa: banane, anacardi, pane,giornali,una coppia di pappagallini. I semafori sembrano non esistere e la strada asfaltata è quella principale, tutto il resto un po’ dove capita.
A Dar incontriamo Cesare e Massimo a cui diamo il cambio io,Sara e Tonino su alla missione. I loro racconti mi incuriosiscono ancora di più e la voglia di iniziare ormai è tanta.
Arriviamo a Mlali dopo quasi un giorno di viaggio. Ci accompagna alla missione padre Carlo, che doveva venire a Dar a prendere una ruota del trattore. Per arrivare a Mlali la strada è quella che va a Dodoma. A Gairo però si deve lasciare la strada asfaltata (mi chiedo come faccia a capire dove si debba svoltare dato che non c’è nessun cartello!) e seguire…bè!.. in realtà non so proprio come faccia a trovare l’orientamento. La strada è di terra rossa, attorno a noi si estende una pianura, qua e là iniziano piccoli villaggi di case di fango. Per la strada incontriamo bambini che ci guardano incuriositi, la gente ci sorride e ci saluta.
La missione è su una collina. Da qui si domina tutta la vallata. Qui sembra un’oasi, ci sono fiori, l’orto che cura frate Pascali è rigogliosissimo. Nella valle invece quest’anno è tutto secco. C’è la carestia. La missione gravita attorno all’ospedale ortopedico. Ci sono bambini handicappati, bambini che non camminano o con malformazioni agli arti inferiori che verranno operati quando arriveranno i chirurghi dall’Italia. Alcuni fortunati avranno delle protesi e potranno camminare, altri rimarranno sulle carrozzine. Quando arriviamo siamo l’attrazione. Alcuni ti prendono la mano e non ti lasciano più. Ma io non capisco cosa dicono, devo imparare un po’ di Kiswahili. Essere handicappati in Africa ti condanna all’emarginazione dalla nascita, ma loro ridono e giocano comunque.
Il giorno dopo inizia il lavoro e così per 14 giorni. Iniziamo presto, alle 8 siamo già in ambulatorio,ma qui il tempo non è come quello italiano. Le giornate trascorrono lente, scandite dal ritmo del sole:ci si sveglia all’alba e si va a letto con il buio. La suora che ci assiste si chiama Luzdari, ma è più semplice chiamarla Lulù. E’ una suora colombiana che ci parla un po’ italiano , un po’ spagnolo. Sarà lei il nostro punto di riferimento per la traduzione, anche se verso la fine il nostro vocabolario si sarà arricchito e per la comunicazione di routine dello studio io e Sara un po’ ce la caveremo. Il lavoro è prevalentemente di tipo estrattivo, ma riusciamo a fare anche un discreto numero di cure endodontiche e conservative, soprattutto agli uomini, che hanno più potere decisionale anche sulla salute. (Le donne qui contano poco. Sono quelle che lavorano, allevano i figli, ma non possono neppure decidere se tenere un dente o meno senza il consenso del marito). Riusciamo a fare anche un buon numero di piccola protesi e due protesi totali, che sono quelle che ci danno più soddisfazione. Vedere i babu (sono gli anziani in swahili) che escono sorridenti e ringiovaniti(considerando che avranno al massimo cinquant’anni)vale veramente la pena del viaggio.
Mi chiedo se riuscirò a comunicare quello che vedo, una volta ritornata a casa. Vorrei far vedere i bambini che ti inseguono e ti sorridono, che si nascondono quando provi a rivolger loro la parola . Vorrei far vedere il villaggio di case di terra rossa, senza acqua , senza luce, la gente per le strade, le donne che sollevano pesi enormi e li trasportano sulla testa. Vorrei far vedere come sorridono, come sopportano il dolore, come non si lamentano. Hanno una dignità che noi ci scordiamo. Impossibile raccontare loro come viviamo noi, dove ognuno ha una macchina, qui a malapena la bicicletta.
Qui dove il tempo passa lento e nessuno si preoccupa di occuparlo con cose sempre nuove, ma si ascolta la natura e i bambini giù all’ospedale che cantano e si avverte come un senso di pace.