Premessa
Strana gente, i Volontari
dell'ASMO.
Dal 1994, quando cominciarono ad operare nei Balcani, non hanno mai cercato di
realizzare interventi facili o spettacolari. Invece di Sarajevo, Istambul,
Brasilia o Somalia, li senti parlare di Bugojno, Izmit, Piabetà o Saharawi,
posti che nessuno conosce. Ma dove più che altrove le condizioni sono
difficili, e gli aiuti internazionali un miraggio lontano.
Posti magari geograficamente vicinissimi ma improponibili, come l'Albania, dove
la stessa Cooperazione Italiana si è mossa con difficoltà, con popolazioni
vittime ANCHE dell'immaginario collettivo degli Italiani e della pubblica
opinione, che li cataloga dediti per metà allo spaccio di droga e per metà
alla prostituzione.
Dopo anni di interventi nell'area balcanica, i Volontari dell'ASMO hanno avviato
un programma di intervento nella regione più difficile e impopolare. Ma non
nella capitale Tirana, dove comunque giungono in qualche modo gli aiuti
internazionali, bensì sugli altopiani delle regioni interne, ai confini con la
Grecia e la Macedonia: a Korcia, Bilisht, Miras.
Antefatto
Era la fine di aprile, e
rientravo in Italia con Giuliano, dopo alcuni giorni di trascorsi a Bilisht.
Non era la prima missione ASMO in quella località. Giuliano ed altri quattro
Volontari c'erano già stati negli anni precedenti, ma i problemi logistici, la
situazione politica e le difficoltà organizzative avevano reso quegli
interventi occasionali e poco efficaci.
Finché, poche settimane prima, proprio da Bilisht era giunta una richiesta di
collaborazione da parte delle autorità locali, ed io e Giuliano eravamo partiti
per verificare la fattibilità del Programma di intervento proposto. Gli
incontri col Responsabile sanitario del Distretto, col Collega Responsabile del
Servizio odontoiatrico, la firma del documento.
Ora eravamo lì, Giuliano ed io, col documento nella cartella, silenziosi
durante il lungo viaggio di ritorno in auto, ognuno immerso nelle proprie
riflessioni, che sapevamo benissimo essere le stesse: Quante erano le possibilità
di realizzare un Progetto di intervento nel sud-est dell'Albania, a pochi
chilometri dalla Macedonia, con un ambulatorio mobile? In una zona considerata a
rischio di guerra? A beneficio degli Albanesi? Che possibilità c'erano di
trovare qualcuno che ci aiutasse? Poche? O nulle?
Nacque così "La Sfida albanese", il "Sogno" impossibile di
allestire in poche settimane una "Unità Odontoiatrica Mobile", con la
quale portare assistenza alle popolazioni dei villaggi di Miras, Cet, Hocisht,
Bitinsk... poche case, ai lati di sentieri polverosi d'estate e fangosi
d'inverno.
Poche settimane, tra giugno e luglio, per predisporre ed equipaggiare un veicolo
donato dal Comune di Oricola (AQ); l'appello ai Soci perché mettessero a
disposizione materiali, strumentario e attrezzature con cui la Dentex potesse
allestire l'ambulatorio mobile; il contributo economico di tanti Amici (o, come
diciamo noi, ASMICI), e...
Agosto
2001, Missione Albania.
Non era più il momento dei
timori o delle esitazioni.
Le 48 ore precedenti la partenza erano state le più difficili: la messa a punto
dell'Unità Mobile, il controllo delle apparecchiature e dei documenti, le
ultime telefonate in Albania (Sì, è tutto a posto, passerete senza problemi...
No, forse no, ci vuole l'autorizzazione... Contrordine, verrà a prendervi il
Direttore... ).
Poi il viaggio fino a Bari, l'incontro con Giuliano Porcelli, Responsabile degli
interventi in Albania, e l'appuntamento al porto con gli altri Volontari, le
ultime cose... Il poliziotto mi avvisa che occorre la carta verde, ma si
sbaglia... e se avesse ragione?
E finalmente l'imbarco, la notte in nave e, il giorno dopo, lo sbarco a
Igoumenitsa, in Grecia.
E' dura fare 350 chilometri con Albanino (Manuela ha ribattezzato così l'Unità
Mobile), lento e pesante, lungo le tortuose strade della Grecia settentrionale,
dietro una fila di camion. Si muore dal caldo, ma la voglia di arrivare è
tanta. Una breve sosta per il pranzo, e finalmente arriviamo alla frontiera
greco-albanese.
I doganieri storcono il muso, i documenti non sono proprio tutti quelli che loro
vorrebbero, e si capisce che avrebbero una gran voglia di farci pagare un
mucchio di dracme o di lek (le monete greca e albanese), ma poi... Forse si
rendono conto che il nostro è un intervento umanitario, o forse il merito è
delle suore che sono venute a prenderci, molto conosciute e ben viste.
Fatto sta che passiamo, e Albanino fa il suo ingresso trionfale in Albania.
I giorni successivi sono stati
frenetici.
Gli incontri con i Sindaci e le Autorità sanitarie locali, l'inventario dei
materiali ed il controllo delle apparecchiature, il primo "test" nel
villaggio di Miras.
Da dove prendiamo l'acqua? Niente acquedotto, naturalmente, si va al pozzo della
casa dei Bejko. La tiriamo su con un secchio, a forza di braccia, e riempiamo i
serbatoi dell'ambulatorio mobile.
Da dove prendiamo la luce? Niente luce, naturalmente! Di giorno non c’è quasi
mai! E di notte? Lasciamo perdere. Ma abbiamo l'asso nella manica, e spunta
fuori il gruppo elettrogeno!!! Doveva servire solo in caso di emergenza, e qui
l'emergenza è la condizione standard.
Due di noi si occupano delle estrazioni, nella stanzetta che ci mette a
disposizione il Dottor Berti Oxa (sì, come la cantante) nell'ambulatorio del
villaggio, due al lavoro col riunito montato su Albanino, Alessia fa lezione di
igiene orale ai bambini e distribuisce dentifrici e spazzolini.
Siamo in cinque, ma c'è lavoro per tutti.
Per fortuna i pazienti sono pochissimi, ma so già come andrà domani. Per oggi
quasi tutti ci osservano a distanza, con un misto di curiosità e diffidenza, e
per noi queste ore sono preziose, dobbiamo mettere a punto l'organizzazione del
lavoro.
Il giorno dopo, come previsto, c'è la folla ad aspettarci, ma noi siamo
preparati.
Abbiamo già due Albanesi che ci fanno da Assistenti ed interpreti, ed un
registro su cui vengono presi gli appuntamenti
e riportata l'anamnesi. Facciamo un po' di prime visite, programmiamo i
trattamenti e ci distribuiamo i compiti.
Ormai i bambini accorrono a decine per farsi controllare i denti e seguire le
lezioni sulle tecniche di spazzolamento, cominciano ad arrivare anche gli
adulti, e diventano provvidenziali i farmaci che abbiamo portato con noi.
Arrivano anche casi che siamo costretti a mandare via: non siamo attrezzati per
la riparazione delle protesi, né siamo in grado di fornire consulenze
ortopediche e dermatologiche. Non nascondono la loro delusione, quando
l'interprete spiega loro che non siamo in grado di aiutarli, ed io faccio
aggiungere subito che forse quando torneremo potremo farlo.
Trascorrono i giorni, ci sono
perfino dei momenti in cui la fila dei pazienti in attesa è ordinata, ma più
spesso me li vedo tutti con il naso incollato ai finestrini di Albanino, che
sbirciano dentro. Me li sono trovati perfino sul tetto dell'Unità Mobile, che
spiavano appesi con la testa in giù come pipistrelli.
Ogni giorno sveglia al mattino
presto, la colazione dalle suore, un'ora di strada fino al villaggio e sette,
otto ore di lavoro senza respiro, senza intervallo per il pranzo, giusto un
attimo per accettare un rakì (la grappa locale, micidiale a stomaco vuoto,
provare per credere) o meglio un sorso d'acqua.
Alla sera si smantella tutto e si
torna alla base, a Bilisht. Ci rinfreschiamo nell'appartamentino che le suore ci
hanno messo a disposizione, e ci si ritrova a cena. Dopo, finalmente, un po' di
tempo per fare il punto della situazione, sterilizzare i ferri e programmare il
lavoro per il giorno successivo.
Ma il tempo passa, e si avvicina il momento del mio rientro.
Arriva Nicoletta, in aereo fino a Kastoria, una città della Grecia
settentrionale a 20 chilometri dal confine greco-albanese ( dal confine a
Bilisht ci sono altri sette chilometri ). Ho poche ore per mostrarle tutte le
attrezzature e farle guidare Albanino, le prossime settimane sarà lei a
coordinare l'intervento.
L'ultima notte non riesco a dormire.
Mi alzo che è ancora buio, mi vesto e scendo in strada mentre il cielo comincia
a schiarirsi.Poche decine di metri ed esco dal paese, mi siedo su un muretto e
resto a fissare le montagne che circondano la vallata, mentre la campagna prende
forma e colore. Poi torno a casa a far colazione con gli altri. I saluti, gli
abbracci, e la strada del ritorno.
Ma il cuore è rimasto lì, tra i
bambini di Miras, con l'odore del caffè alla turca ed il sapore del rakì, con
Rowena che prende i nomi dei pazienti e il Dottor Oxa che mi parla dell'America.
La memoria mi riporta continuamente su quelle strade dannate, polverose d'estate
e fangose d'inverno, con Margherita che mi prende in giro chiamandomi San
Francesco, e Sorella Silvia che mi incoraggia quando qualche apparecchiatura non
parte.
Epilogo
Emozioni
di fine settembre
Sono
rientrato dalla missione in Albania, e sfoglio il raccoglitore delle foto
sviluppate.
Sono tante le sensazioni che provo.
Cercherò, per quanto possibile, di descriverne alcune.
Sin dalla fine di maggio, quando maturò la decisione di realizzare una Unità
Odontoiatrica Mobile, apparve chiaro che si trattava davvero di un “Sogno”.
La “Macchina meravigliosa”, la “Sfida albanese”, ma soprattutto il
“Sogno” da realizzare, un veicolo dell’ASMO, attrezzato ad ambulatorio
dentistico, che permettesse a noi Volontari di assistere le popolazioni più
sfortunate, cominciando dai villaggi di poche centinaia di abitanti, persi sulle
montagne nel sud-est dell’Albania, ai confini con la Grecia.
Ho creduto in quel Sogno, e ci hanno creduto anche tanti Amici (o, come diciamo
noi, ASMICI), che in vario modo hanno contribuito alla realizzazione di quel
Sogno.
Sono bastati meno di due mesi e mezzo, e dal 10 agosto l’Unità Odontoiatrica
Mobile dell’ASMO (o “Albanino”, come l’ha ribattezzata Manuela durante
il viaggio) percorre le strade della regione di Bilisht.
Oggi
rivedo le foto di quella missione, i compagni di viaggio, il traghetto, le
tortuose strade dei Balcani, l’attesa alla frontiera. E poi Albanino al
lavoro, in viaggio sulla strada sterrata, su verso il villaggio di Miras, il
Sindaco ed il Medico del villaggio, il casino che fa il gruppo elettrogeno,
l’avvio ed il controllo dei macchinari, il primo paziente, la folla dei
bambini tutto intorno, con i più curiosi con il naso attaccato ai finestrini
dell’Unità Mobile, a spiare in attesa del proprio turno.
I volti dei bambini in fila per avere lo spazzolino, le case di mattoni
d’argilla, le strade polverose sono un oltraggio alla dignità umana,
un’oscenità che si consuma a cento o duecento chilometri dall’Italia. Come
pugni nello stomaco per me, cittadino della sesta potenza industriale del mondo.
Possibile
che tutto ciò esista? E che io lo abbia vissuto? Non ci credo.
Eppure le immagini sono lì a testimoniarlo.
E
pensare che nemmeno quattro mesi prima, di ritorno dalla missione esplorativa
con Giuliano, discutevamo sulla fattibilità di un intervento in quella sede, e
dicevamo che no, non era possibile, troppo difficile, troppo “politicamente
scorretto”, troppo impopolare.
Chi ci avrebbe sostenuto, in un’impresa del genere? Chi avrebbe mosso un dito,
per aiutare gli Albanesi? Per gli Africani forse sì, o per i Sudamericani, ma
non per gli Albanesi.
Razionalmente era così, ma mentre scuotevamo la testa per convincerci a
desistere, il cuore ci diceva che non potevamo arrenderci. E i fatti ci hanno
dato ragione.
Pensieri,
ricordi, emozioni.
E
il bisogno di ringraziare Giuliano Porcelli, Responsabile degli interventi in
Albania, a Bilisht già dal 1998.
Queste mie righe, oltre che essere uno sfogo al bisogno di trasmettervi ciò che
provo, sono soprattutto un ringraziamento per tutto quello che Giuliano ha fatto
per l’ASMO e per Bilisht, in silenzio, senza clamori, senza mettersi in
evidenza, ma con meticolosità e decisione.
Grazie
Giuliano.
Francesco
Specchiarelli
Volontario
ASMO