....................................

Vogliamo parlare di denti? Dopotutto sono partito per questo motivo, ho riempito lo zaino di guanti, disinfettanti e tanta voglia di fare e di curare più gente possibile nel tempo limitato di tre settimane e magari di portare qualche piccolo consiglio a chi, per l’handicap di una vita trascorsa in condizioni avverse, di odontoiatria dovrebbe saperne di meno. Ma dei miei buoni propositi e delle mia bella odontoiatria convenzionale è rimasto solo il ridicolo di chi, ingenuo e sprovveduto, si muove a stento in un territorio non conosciuto. A poco valgono conoscenze maturate da corsi e anni di università quando le terapie vengono effettuate senza la possibilità di usufruire di aspirazione, radiografico, con un sistema idrico che garantisce acqua per non più di due ore al giorno, dove spesso manca la luce, con strumenti che non hanno forme e dimensioni di quelli che sono abituato ad usare nello studio di Milano, riutilizzati per tutti i pazienti senza un minimo di disinfezione, senza sistemi adesivi e lampada polimerizzatrice per compositi, senza vibratore per amalgama. La qualità delle terapie offerta è talmente scarsa da sentirsi umiliati ed impotenti nell’incapacità di arginare la gravità di una situazione odontoiatrica quanto mai pessima.

Due bambini con i loro parenti

Fanno poco presa  le nostre indicazioni tecniche sull’orgoglio del dott. Bardhi, che da più di vent’anni lavora senza mascherina e senza guanti e senza anestesia; un po’ per abitudine, un po’ per la necessità di offrire un’odontoiatria di risparmio e obbligata parsimonia che porta a conservare come un cimelio le poche decine di fiale di lidocaina scadute nel febbraio del ’94. “Perché devo usare i guanti che avete portato voi se tra qualche settimana saranno finiti? Ne portate ancora?”
Le parole del dentista locale non suonano come un grosso ringraziamento per aver donato materiale, e la gentilezza e disponibilità mostrata dal personale sanitario dà l’impressione di essere legata alla possibilità di ricevere ancora strumenti piuttosto che ad un reale riconoscimento. Sarebbe superfluo descrivere quanto sia stato  poco gratificante vivere quel momento.  Strano! Eppure….

un anziano

Sono partito con l’idea di fare del bene ma le mie aspettative identificavano il mio impegno in un numero di prestazioni da realizzarsi nel migliore dei modi secondo i canoni di un sistema più avanzato di quello locale e quindi giusto senza però considerare il contesto in cui il giusto è relativo e l’indicazione di una tecnica a volte può essere solo una forma mascherata di colonialismo o il metodo più veloce ed umiliante per creare dipendenze.
Sono partito con l’idea di fare del bene ma non ho saputo e forse non riesco nemmeno ora a distinguere la necessità di soddisfare il mio desiderio di dare dal reale bisogno di chi riceve aiuto.

Ho guardato per settimane le quattro suore italiane cattoliche (Grazia, Silvia, Margherita e Francesca) che hanno deciso di vivere in Albania ormai da più di tre anni e che ci hanno ospitato nella loro casa. Hanno il saio e i sandali, parlano la lingua locale, mangiano il bureke, comprano frutta e verdura al mercato di Korca, coltivano la terra e bevono il latte delle mucche albanesi. Camminano per ore per raggiungere i villaggi, portare aiuto e conforto, hanno parole e gesti gentili per tutti, medicano chiunque abbia una ferita, non chiedono mai niente in cambio. Nel giardino del loro oratorio ci sono ogni giorno circa cento bambini che giocano e si divertono tutti insieme. E non sarebbe un fatto clamoroso se non fossero i figli di quegli uomini seduti al bar che appartengono a clan rivali da generazioni. Musulmani, ortodossi, cattolici e atei crescono insieme in un angolo di paradiso che è stato il frutto di un duro lavoro sociale di chi ha deciso di far parte di una società senza avere la pretesa di migliorarla in breve tempo.

Le abbiamo seguite dappertutto e abbiamo conosciuto e giocato con bimbi e ragazzi, mangiato il pane delle loro case, bevuto il liquore dei loro genitori, abbiamo regalato un sorriso e ci hanno investito con la loro fiducia. Siamo diventati amici e ci hanno ascoltato. Ma soprattutto abbiamo regalato loro spazzolini e insegnato le più elementari manovre di igiene orale a molti fino a quel momento sconosciute e la nostra più grande ricompensa è stata trovarli nei giorni successivi alla fontana per lavare i denti e vedere i campioni di dentifricio vuoti buttati per terra. Sono sicuro che  quando avranno un cestino impareranno anche a tenere le strade pulite. E questo mi auguro che valga più di 100 otturazioni.
A volte penso a quei ragazzini, alla loro esuberanza, alla gioia di vivere sereni che è legata all’amore che hanno ricevuto da parte di chi ha deciso di diventare gente come loro per far fiorire il luogo in cui vivono e per offrire un modello di vita onesto. Penso ai loro genitori a quanto possano essere stati incupiti ed incattiviti dalla sofferenza e da condizioni umane al limite della dignità che li portano a volte a vivere secondo canoni violenti e corrotti che, pur non condividendo, non mi permetto di condannare.

Sono partito con l’idea di portare del bene e ho ricevuto del bene in quantità mille volte superiore. Ringrazio l’ASMO che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza e nella quale confido per la realizzazione di programmi che possano migliorare, con la dovuta calma e pazienza, le condizioni sanitarie così come altri lottano per ridurre le discrepanze sociali. Ringrazio le suore che mi hanno ospitato e guidato e che hanno avuto la pazienza di rendere comprensibile anche a me quegl’insegnamenti che loro hanno imparato direttamente dal loro Dio, ma soprattutto ringrazio i ragazzi albanesi che mi hanno dato la grande gioia di avermi fatto sentire, anche solo per pochi giorni, uno di loro.

Grazie, anzi “Faleminderit”

                                                                          Giuseppe Ramundo e Simona Lucci

indietro