Togo ottobre 2003: io, Sebastiano, 2 infermiere bresciane (Elena e Cristiana, già state li 2 volte), ed Eleonora, studentessa al 5° anno di medicina.
Ecco qualcosa delle nostre giornate.
Abbandonato
il sudato sipario della zanzariera del letto, dopo una silenziosa colazione,
comincia il percorso a piedi verso l’ospedale ed il rodeo delle mosche che,
ronzandoti attorno, ti aiutano a svegliare i neuroni ancora torpidi ed a
sgranchire i muscoli facendoti sbracciare come un epilettico indemoniato.
“Courage”
Dottore – ti dicono tutti sorridendo, “courage”ti dice chi di
coraggio ne ha davvero tanto per sorriderti prima di cominciare a lavorare a
colpi di machete, sotto il sole per 1 euro al giorno.
La preghiera mattutina con tutto il personale è un bel momento per dare il “la” ad una sinfonia di umanità che sa ancora sorridere nel sonnolento risveglio mattutino di un ospedale (un po’ come da noi no?).
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Il
caffè per due jovò (così vengono chiamati gli uomini bianchi, noi eravamo
gli unici in quella zona!) che non sanno rinunciare all’italianissimo rito:
io e Sebastiano. E poi il giro dei malati con i colleghi chirurghi togolesi.
I
letti marroni di similpelle sudato. Le bende bianche sui corpi neri. Le ferite
al ”saccarosio”(usano lo zucchero sulle piaghe perché, dicono, attira dai
tessuti i germi che poi vengono finiti dall’antisettico; suggestivo! che
fantasia! anche in Italia qualcuno lo usa ma il meccanismo d’azione sembra
essere un altro) .
Anche
lì i sorrisi, nel luogo ove sono solitamente di casa i pianti e i lamenti. I
bambini tornano subito calmi, dopo un breve sommesso mugolio, causato dalla
mano cruenta del chirurgo che saggia la ferita, e poi ti sorridono. Sono
davvero belli qui i bambini.
Blocco operatorio; su una lavagna scolastica il programma del giorno. Anche li, chi attende l’intervento è sereno: starebbe ore senza parole consolatrici e magari, se lo saluti, ti dice, anche lui, “courage!”.
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Kossiwa con il suo pancione, piccina, appoggiata al muretto, guarda con l’aria da adulta e gli occhietti sporgenti l’orizzonte di un mondo che forse sente di dover lasciare presto. Tumore inoperabile. Una piccola con i piedi deformati, sorride e si nasconde il viso per timidezza. Ha pure una mano deformata che volevamo rendere più funzionale (fatto, speriamo vada bene). Il bimbetto con il tumore renale urla al solo vederci. L’intervento, in collaborazione con il chirurgo del posto, sembra essere andato bene ed è stato l’inizio di una sintonia con i colleghi togolesi. E poi lui, il più simpatico piccolo “rompipalle”, tenerissimo e per niente molesto (bambino piccolo ed intraprendente). Lui, che abbiamo ipotizzato il prossimo presidente del Togo, perché ci sa fare e sa ottenere quello che vuole. Magari hai da fare ma lui ti prende per un dito e ti porta in giro, e tu non puoi e comunque non lo faresti, dire di no.
Le consultazioni (le visite specialistiche chirurgiche), il pranzo da inventare con le buste e le scatolette portate dall’Italia e poi, finite quelle, con le cose comprate in loco (courage!). Il silenzio sotto il rumore della ventola, lenta, lenta come lo scorrere del tempo lì, la siesta caldamente consigliata per ritemprarsi, l’agopuntura alle suore. E’ bello poter portare un pizzico di sollievo e di affetto per persone che, privandosi delle comodità, da una vita sono proiettate in un incessante soccorso a chi chiede senza sosta. Neanche un briciolo di bigottismo. Tutta fede concreta.
Le
scorribande ad Atakpame (cittadina vicina al villaggio:4 barrake) con il
collega chirurgo del Camerun. Internet in una baracca alla velocità
straziante di 1 byte all’ora: che contrasto l’insegna “internet” su
una barraka. Le Pills (birra locale buonissima) al bar Sahelien . Cristiana,
Elena ed Eleonora continuano l’opera già cominciata anni fa di
indottrinamento cauto, umile e discreto, sulle procedure e manovre
infermieristiche. Hanno anche messo a posto il magazzino: impresa ciclopica.
La
spedizione ad Afagnan (altro ospedale a circa tre ore, retto da padri
missionari italiani) per portare una bambina con gravi deturpanti ustioni ad
entrambi le manine (non ha per nulla la capacità prensile).
L’”interessantissima” (quando mai, anzi pallosissima) visita alla
centrale termoelettrica di Nambeta, con descrizione dettagliata di un’ora
del pannello di controllo, incommensurabile fonte di sbadigli per Sebastiano.
Il
simpatico incontro con lo stregone del luogo (fetisceur) (lì la gente va
prima dallo stregone e giunge spesso in ospedale solo quando la malattia è in
fase terminale)
I
bimbi da conoscere, e di cui ricordarsi per un progetto di adozione a
distanza. I casi particolari presentati dalle suore, alcuni giunti dopo
l’annuncio della presenza di medici italiani.
La
messa domenicale (3 ore!!) che commozione quel coro di un popolo forte e
gioioso nella sua sofferenza.
La
cena, la ventola lenta. Sebastiano a letto sempre presto, grande lavoratore,
instancabile in sala operatoria e disponibile al 100 per 100 per ogni pronto
soccorso ed ogni richiesta di aiuto. Noi, invece, dopo cena, una passeggiata.
Che spettacolo: altro che televisione. Stelle e lucciole, puntini luminosi in
cielo ed in terra in una calda notte africana. A destra ed a sinistra cori
gracidanti di rane, piccole ma potenti, in un ritmato alternarsi. Belati di
caprette nane (tutti gli animali li sono di piccola taglia; i grandi, elefanti,
zebre, tigri, non sono più in Togo da tanto tempo, dicono che li abbiano
mangiati!). Le tenui luci di lampade a petrolio individuano l’origine di
sommessi bisbiglii di chi, disteso nelle capanne, attende il sonno dopo una
giornata di lavoro veramente duro.. Il bagliore della luna si riflette sulla
nostra pelle, unica traccia bianca in questa notte tutta nera; così non passi
inosservato e qualche bimbo, ancora sveglio, da lontano, ti indica gridando
felice: “yovò!”. E’una gioia per i bimbi vedere uno yovò, ti vengono
incontro e ti sorridono anche da centinaia di metri di distanza. E poi, dopo
40 minuti di cammino, si arriva al bar Elisee, dove ci incontriamo con altri
amici togolesi che lavorano in ospedale per discutere e bere una Pills.
Pensavamo di andare a portare un sacco pieno di cose da fare (interventi chirurgici e medicazioni) e da dare (medicine ed oggetti), cosa molto gratificante in un posto dove la povertà raggiunge livelli estremi. Dopo un momento iniziale caratterizzato da un senso di fallimento dovuto a problemi di individuazione del nostro ambito lavorativo e di concretizzazione dell’aiuto, accantonato il sogno di fare grandi cose e cominciando invece a giocare con i bambini, sorridere e collaborare nelle piccole cose con i colleghi togolesi, si è configurata un’esperienza ricca di momenti di scambio reciproco, di sostegno e di affetto. Da qui poi è scaturita anche un’utile attività chirurgica operatoria.
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Al termine del periodo, prima di ripartire, in un commovente saluto abbiamo ricevuto dal personale dell’ospedale e dalle suore il grazie per non essere andati solo a fare i chirurghi ma per aver condiviso, un po’ sofferto, gioito con loro. E’ stato senza dubbio un dare e ricevere reciproco. E’ stato semplicemente un fungere da semplici conduttori di un flusso d’amore e condivisione. Ancora oggi, a distanza di 2 settimane scopro doni interiori da un’esperienza ancora da gustare e da comprendere appieno.
Lello Capillo Volontario ASMO