.......Missione in Albania maggio 2005.......

Trovo veramente difficile descrivere sensazioni, emozioni, colori che si vivono nel “sud” del mondo. Dopo il ritorno da una Missione, prima di cominciare a scrivere il resoconto della mia ultima esperienza, ho bisogno di qualche giorno di tempo. Serve a sbiadire quei colori che i miei occhi hanno visto ma che nel mio cuore rimarranno indelebili, serve forse a dare  alle cose il loro posto dopo che il turbinio delle emozioni si acquieta.

La partenza è avvenuta "venerdì 13" maggio: Di buonora Alessandro è passato a prendermi e dopo un po’ di ritardo da parte mia (è naturale per quanto mi riguarda, è inconcepibile per Ale) la nuova avventura è cominciata. La prima cosa che ho pensato entrando in macchina è stata: ma proprio di venerdì 13 bisognava partire? ma proprio di venerdì 13 bisognava prendere l'aereo? Esterno questi pensieri al vecchio Ale, il quale con noncuranza mi risponde che è meglio venerdì 13 che venerdì 17. Cominciamo bene, penso tra me e l'altro (quello un po’ superstizioso che ha una fifa matta di volare).

La partenza era prevista da Bari per le 11:30. Dico "era" perché intorno alle ore 10.00 squilla il cellulare di Ale e indovinate un po’? Era la compagnia aerea che ci annunciava lo sciopero dei controllori di volo, il nostro aereo sarebbe partito con circa quattro ore di ritardo, alle 16:00. Fin qui tutto bene, ma ad un tratto un dubbio atroce si fa strada nella mia mente: ma quando mai l'Alitalia ti chiama sul telefonino per annunziarti con una gentilezza inimmaginabile che il tuo volo porta ritardo? Mi è capitato spesso l'esatto contrario e cioè che per pochi minuti di ritardo mi si sono venduti i biglietti. Esterno i miei dubbi ad Alessandro ed ecco qui la prima sorpresa "Ma chi ti ha detto che la compagnia aerea è l'Alitalia? E' l'Ada Air” prosegue con un sorrisetto ironico che volentieri gli avrei ricacciato in gola. "Ada Air???? e da dove diavolo salta fuori questa compagnia?? Rispondi o ti strozzo, oggi è pure venerdì 13”. L'equivoco è nato -dice lui- per colpa mia che ho mal capito e ho confuso l'Alitalia con l'Ada Air. Per chi come me ha paura di volare questi particolari sono di vitale importanza, pensate se si possono confondere le due cose?? nessuno mi toglie dalla mente che i miei amici più cari (Ale in primis) se la ridono un mondo ogni volta che si deve volare insieme, ma questa è un'altra storia. In quel preciso momento appare il nostro mitico Francesco Specchiarelli sotto forma di telefonata (Francesco ormai per noi è un fratello maggiore, che ci segue e ci rassicura in ogni fase delle nostre Missioni). Rispondo io e subito dopo avergli detto del cambiamento di orario del volo lo assalgo palesando tutti i miei dubbi. “A Francè ma che è sta compagnia aerea??” “Tranquillo caro Piero, è una nuova compagnia Franco-Albanese con la quale ho già volato (non è che questo mi tranquillizzi, penso io!!). Ma effettivamente qualcosa di strano c'è -mi dice il "fratello maggiore"-, non si può prenotare attraverso internet e poi quando ti rispondono al telefono ti prenotano i biglietti anche senza carta di credito.”“Grazie anche a te mio caro Francesco, lo capisci che questo non mi aiuta affatto” credo di avergli gridato per telefono. Se ne avessi avuto la possibilità sono sicuro che in quel momento sia Alessandro che Francesco sarebbero volati giù dalla torre.

Comunque dopo ampie rassicurazioni da parte di Francesco la telefonata si conclude ed il viaggio continua. “E ora che facciamo?” chiedo ad Ale. Visto che è quasi di strada e lui non c'è mai stato, vorrebbe passare per  San Giovanni Rotondo a salutare Padre Pio. Accolgo subito volentieri l’idea,  pensando che un aiuto da parte del Santo non può che farci bene date le circostanze, e così si fa. Salutiamo Padre Pio e poi di corsa verso l'aeroporto di Bari. Poco dopo arriva un'altra telefonata da parte dell'Ada Air per sapere l'orario del nostro arrivo, e la mia ansia sale a livelli di guardia. Alla fine arriviamo all’aeroporto e superiamo il check-in. A questo punto siete curiosi di sapere com'era l’aereo? Io non pensavo potesse esistere nulla di simile, mano a mano che ci avvicinavamo all'aereo le mie preghiere salivano in cielo e il sorriso di Ale si spegneva. Ve lo descrivo: era un trimotore di circa vent’anni fa con carico posteriore. Appena sceso dall'autobus che ci ha portato fin sotto il “concorde”, chiedo ad uno dei controllori quali fossero i posti a noi assegnati e lui placidamente in un italiano stentato ma molto gentile mi risponde che possiamo occupare qualsiasi posto tanto l'uno vale l'altro. Ma le sorprese non finiscono qui (ora sono proprio in area critica, penso di prendere un altro volo), entrati dentro ci sediamo vicino alla cabina di pilotaggio e mi accorgo che il navigatore è seduto sopra un trespolo. Ma la sorpresa più bella è che tutte le istruzioni di emergenza sono scritte non in albanese, non in francese, non in inglese ma immaginate un po’: in BULGARO!!!!!! Sto per volare con un aereo bulgaro!!! Mi giro, bianco più di un lenzuolo, e dico ad Ale "Ma si può volare così??!!" e nel frattempo noto che anche lui è preoccupato (ormai ci conosciamo da circa quindici anni e le parole non servono, per capirci basta uno sguardo).

E allora si parte e comincia così la nostra missione in una terra nuova ma così vicina a noi. Il volo procede bene, dopo circa mezzora si atterra a Tirana, in fase di atterraggio squilla un cellulare dietro di noi e il proprietario risponde tranquillamente. Ale, fino ad allora il più calmo tra i due, sbotta e comincia a battibeccare con il malcapitato affinché questi spenga il cellulare. Una calma surreale si impossessa di me, anche quando il signore che mi è seduto davanti  tenta di aprire il portello di emergenza con la motivazione che fa caldo. L'aereo è in frenata (giuro che non sto scherzando), in due quasi gli saltiamo addosso per fermarlo. Ormai grazie a Dio siamo arrivati!! L'insegnamento che ne ho tratto è che Alessandro non si occuperà più dei nostri voli.......

Sbrigate le formalità doganali, usciamo nel piazzale dell'aeroporto. Ora tutto si tinge di colori e di odori a me familiari: sono quelli del sud del mondo, tutti uguali, tutti belli se si guardano con gli occhi giusti.

Veniamo assaliti da persone che si propongono a noi per darci un passaggio, ma prontamente tra di loro si fa strada il nostro autista, mandato a prenderci dall'associazione "Casa Betania", così carichiamo i bagagli in macchina e ci avviamo verso la nostra meta che ancora non so bene neanche quale sia. Il viaggio è abbastanza breve, la strada è completamente dissestata e mi accorgo che sono in un altro mondo, l'Italia è a solo mezz'ora di volo, ma il tempo qui si è fermato a circa cinquant'anni fa. La prima cosa che noto è il paesaggio molto verde e rigoglioso, mi ricorda le campagne del mio sud dove sono cresciuto, ma tutto qui è in costruzione: le case, le strade… Noto tanti auto-lavaggi all'aperto e mi chiedo come mai, dato che la strada è tutta piena di polvere. Sono preso da mille emozioni, ma mi sento tranquillo: ora sono a casa. Arrivati a Betania, che si trova in aperta campagna, davanti ad un cancello la macchina si ferma, suona, ed il cancello si apre. Subito si nota un ordine e una pulizia surreale, che quasi stride con il mondo esterno. Tutto è bello, tutto è diverso. Scendiamo dalla macchina e veniamo presi in custodia da Bruno, Paola e tanti altri Volontari dell’Associazione Betania, che con affetto e calore ci fanno visitare la struttura e parlare con i bambini. Ora comincio a vedere di che si tratta, ora comincio a capire, questi sono angeli sotto forma di gente comune, e si prendono cura di altri angeli meno fortunati. Mi sento quasi fuori posto.

Ci spiegano quello che fanno: si prendono cura di circa ottanta bambini, di cui molti sono orfani. Altri hanno i genitori che sono così poveri da non poter prendersi cura di loro e preferiscono affidarli a “Casa Betania” perché abbiano un futuro migliore.

Continuo a sentirmi fuori posto ma faccio finta di nulla, penso a queste persone che hanno fatto una scelta così radicale che li ha portati ad abbandonare tutto per amore del prossimo, è  solo per amore che si può fare una scelta del genere, abbandonare tutta la propria vita per ricominciarne un’altra ex novo.

A casa Betania ognuno ha un compito ben preciso, c’è chi si occupa del pranzo, chi del giardino, chi della stireria, chi della costruzione della nuova casa, chi dei bambini. Ci sono dieci casette, ognuna di un colore diverso, ed in ognuna vi risiedono un certo numero di bambini con un responsabile della comunità; una sorta di micro comunità che credo serva per poter meglio gestire i bambini e per responsabilizzarli affidando loro compiti ben precisi. In questa comunità -ci spiegano- noi dormiremo solamente, poiché l’ambulatorio odontoiatrico che è gestito da suore  è situato ad Arameras, una località vicina, e l’indomani di buonora saremo accompagnati li. Dopo una cena abbondante andiamo a dormire stanchi ma entusiasti di cominciare una nuova avventura e di aver dato una sbirciatina in un mondo diverso.

L’indomani alle 8.30 partenza per Arameras. Dopo circa venti minuti sempre “sull’autostrada del sole” arriviamo all’ambulatorio con un carico di bambini di casa Betania che necessitavano per lo più di piccoli controlli ( i giovani ospiti della casa famiglia sono tenuti ormai sotto controllo dal punto di vista odontoiatrico e sanitario in generale, e non necessitano di interventi importanti), e sul posto ne troviamo tanti altri che ci stavano già aspettando. L’ambulatorio è posto dietro la chiesa ed è tenuto da tre suore dell’ordine delle “Camilliane” una più eccezionale dell’altra. Ci accolgono con tanto affetto e subito scocca l’amore tra me e suor Tip-tara, una tailandese tutto pepe attiva come poche che mi strappa una promessa di ritorno (Ale mi rimprovera sempre che ho una devozione per le suore e per i preti, e per dirlo con le sue parole “perdi la brocca quando vedi suore e preti”). Questo è vero, e credo sia dovuto alla mia infanzia, infatti  sono cresciuto tra parenti religiosi.

In realtà l’ambulatorio non è solo odontoiatrico ma polispecialistico. Vi operano colleghi albanesi e italiani ma tutto è retto dalle suore, espertissime in pronto soccorso. Dispongono di una farmacia attrezzata e tenuta da suor Giuliana (un’altra tailandese dal nome impronunciabile e da me così ribattezzata) e suor Grazia (un’abruzzese) si occupa della cucina.

In tre giorni non so più quanti pazienti abbiamo curato, bambini e adulti. Francamente ho perso il conto. Le condizioni sanitarie sono abbastanza precarie e le necessità di questa gente sono enormi.

Le suore svolgono un compito che potrebbe far impallidire i nostri “poli di eccellenza”. Le ho assistite mentre prestavano aiuto a piccoli pazienti ustionati, mentre medicavano ferite, mentre consolavano le madri e distribuivano sorrisi a tutti. Mi spiegavano che le ustioni tra i piccoli sono all’ordine del giorno, perché nelle case il fuoco viene utilizzato sia per la cottura dei cibi che per il riscaldamento, è alla portata dei bambini è questi facilmente vanno incontro ad incidenti.

Concludo prendendo in prestito una frase di Madre Teresa di Calcutta scritta su un muro di casa Betania:

 “NON PERMETTERE MAI CHE QUALCUNO VENGA A TE E VADA VIA SENZA ESSERE MIGLIORE E PIU’ CONTENTO”.

Credo che questo possa essere il motto di tutti coloro che scelgono la solidarietà come modo di vivere, di vedere gli angeli nel sud del mondo, di vedere Dio negli occhi dei più deboli. Ammiro coloro che con la forza di un sorriso smuovono le montagne, che dedicano la loro vita agli altri mettendo gli altri davanti al proprio egoismo, che danno un senso concreto alla loro esistenza vedendo nel prossimo non un pericolo ma  la forza e il futuro delle nuove generazioni, ammiro questa gente con tutto me stesso.

 

Pierfrancesco Tucci e Alessandro Petillo

 

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