Una delle prime missioni
| La Macchina del Tempo Finora ho sempre pensato che la macchina del tempo fosse il frutto dellimmaginazione, una forma di materializzazione virtuale del desiderio delluomo, come lelisir di lunga vita o le trasformazioni alchimiche dei metalli vili in oro, ma mi sbagliavo, e oggi, a dispetto dei più scettici, posso dire che esiste davvero. Quella che ho visto io è lunga circa dieci chilometri, ad unestremità cè la dogana di Kristallopiji, la punta più a nord della Grecia, dallaltra Bilisht, un ammasso di case e bunker di cemento, di mattoni e fango, di polvere e sentieri, che in Albania hanno il coraggio di chiamare cittadina. In mezzo le curve, le salite e i buchi di un asfalto vecchio più di cinquantanni, coperto di terra e proiettili a ricordare che qui, nel paese delle aquile, pace e serenità non si vedono dai tempi della dominazione ottomana, e che la povertà è lunica cosa che accomuna un popolo senza identità in continuo conflitto. |
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| Basta mezzora, il tempo necessario a percorrere la strada, per tornare indietro di mezzo secolo almeno, e vedere muri e case costruiti con mattoni di fango, bambini che scalzi portano al pascolo centinaia di pecore, donne che in fila alla fontana aspettano il proprio turno per lavare pentole di alluminio deformate o guidano carri trainati da bovini, ciò che per decenni è stato lunico mezzo di trasporto e lunica fonte di alimentazione. | |
| E se non basta, per tuffarsi in un passato ancora più remoto, è sufficiente scarpinare un paio dore e percorrere insieme ai contadini sentieri di collina per parlare con bimbi che non hanno mai visto unautomobile, dato che, nei villaggi come Vidove le macchine non ci possono arrivare e soprattutto perché i genitori di questi bimbi non avrebbero nemmeno i soldi per comprare un copertone. Meglio un mulo che conosce la strada per arrivare al pozzo, che non si stanca mai e ogni mattina parte per andare a recuperare lacqua per irrigare i campi, per dissetare le galline che corrono in cortile, per lavarsi qualche volta, in bagno chi è fortunato, gli altri si accontentano di un buco nella terra davanti casa. | |
| Nei villaggi di Trestenik e di Miras lunico
segno di una civiltà pseudomoderna è dato dalla
presenza, sui tetti di ogni baracca, di antenne
paraboliche che rubano dalla televisione italiana
immagini di quel tenore di vita lontano anni luce al
quale ispirarsi e che marca la consapevolezza della
differenza e un sempre più profondo e generalizzato
malcontento. E così la popolazione si divide in due. Cè chi, più anziano, porta le cicatrici di una dittatura schiacciante che ha trasformato lAlbania in un luogo senza diritti e senza valori umani e religiosi, schiavo in una terra dove tutto è stato sempre e solo del dittatore, che assuefatto da anni di dominio non riesce a gestire i vantaggi di una democrazia in fasce, che vede con terrore la libertà e preferisce vivere con rassegnazione gli ultimi anni della propria vita. |
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| E cè chi giovane e forte, con ferite ancora
aperte di sofferenza, preferisce far galleggiare energie
e speranze sulle onde per raggiungere più velocemente
quel benessere che al di la del mare cè già da
anni, piuttosto che ricostruire un paese che ormai è
proprio ma non lo sente tale. Siamo a poco più di venti chilometri da Korca, quella che viene definita la città della cultura nella parte più bella e decorosa della nazione. Ma non ci sono i colori di una città viva, solo qualche bar dove gli uomini si ritrovano e trascorrono intere giornate inoperosi, eredi di tradizioni e culture musulmane che li proclamano esseri superiori ad una donna costretta a lavorare nei campi e nelle case, dove non ha nemmeno il diritto di seguire i sentimenti per scegliere il proprio marito. |
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| Ogni tavolo un clan, ogni quartiere un clan, ogni
strada un clan in continuo conflitto con gli altri,
disposto a difendere con le armi i diritti di una
mentalità settaria in una deleteria frammentazione di
una popolazione con differenze etniche, culturali e
religiose. Nella città della cultura i ragazzini, a scuola, prendono lezione con pistole e granate sotto il banco in un contesto in cui essere armati vuol dire difendersi e quindi sopravvivere, in cui rubare vuol dire non solo arricchirsi ma porre fine ad anni di umiliazione e sofferenza. |
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| Vittime di uno sconfortante paradosso, agenti e doganieri non riescono a gestire in modo trasparente un potere nuovo ed il desiderio di emergere sovrasta di molto un valore come lonestà che durante la dominazione di Enver Hoxha è sempre stato considerato piccolo ed insignificante. Chi più ruba più si avvicina al tenore di vita dei film italiani e così si vedono i primi segni di una disparità sociale che minaccia di diventare di dimensioni spropositate. In contrasto alle baraccopoli dei villaggi, nelle città spuntano ville di centinaia di metri quadrati e automobili lussuosissime che al mercato nero si acquistano con poche decine di milioni e che circolano in piena regola ancora con targhe italiane. |