Resoconto del Dr. Specchiarelli sull'ultima missione in Albania

Uno dei tanti bunker sparsi nel territorio

Un viaggio in Albania

Il traghetto è partito a tarda sera da Brindisi, e al mattino io e Giuliano ci troviamo sul ponte nel porto di Corfù.
Dopo mezz’ora sbarchiamo a Igoumenitsa, dove da Ancona arrivano altri cinque Volontari di Crema.
Guidiamo per 300 chilometri in territorio greco, sempre restando vicino al confine albanese, lungo strade tortuose e strette, fino a Kastoria; da qui finalmente dirigiamo verso la dogana.
Difficile superare quella albanese, nonostante ci aspettassero e fosse venuto ad incontrarci il Direttore dell’ospedale.

Solo dopo tre ore e mezzo ci lasciano passare e raggiungere Bilisht. Lasciamo i veicoli nel cortile dell’ospedale.
Ormai è buio, non c’è illuminazione pubblica, le strade sono fangose e piene di buche che mettono a rischio la nostra integrità.
Raggiungiamo con l’aiuto indispensabile delle torce elettriche (grazie alla previdenza di Giuliano) l’appartamento dove passeremo la notte.
Siamo in sette in due stanze ma siamo fortunati: c’è un bagno. Rabbrividisco per il freddo e per le condizioni dell’impianto elettrico.

La scolaresca di Miras

Un bambino a Cet

Poi, sotto tutte le coperte che siamo riusciti a trovare, la stanchezza ha il sopravvento.
La notte è breve, la mattina piovosa. Tra poco sarà estate, ma qui sull’altopiano il clima è severo.
Gli amici di Crema sono arrivati con due furgoni e un’ambulanza carichi di attrezzature sanitarie, materiale scolastico, alimentari.
Lasciamo alcune cose alle Suore Francescane del Vangelo che ci ospitano, scarichiamo quasi tutto all’ospedale e nel pomeriggio raggiungiamo le Suore di Madre Teresa di Calcutta a Korcia, dove completiamo la distribuzione degli aiuti.
A Korcia visitiamo una chiesa ortodossa ed assistiamo ad un battesimo. Restiamo piacevolmente sorpresi nell’assistere ad un cordiale scambio di saluti tra la suora che ci accompagna e il sacerdote ortodosso.
Nei giorni successivi incontriamo il Responsabile Sanitario Regionale per definire il nostro ruolo e le modalità dell’intervento ASMO sul territorio, poi iniziamo i sopralluoghi nelle località dove opereranno i nostri Volontari.

Bimbi di Cet

La chiesa di Bilisht

Lungo le strade vedi persone che si spostano a piedi tra un villaggio e l’altro, o che si recano al lavoro nelle campagne. Qualcuno in bicicletta o su improbabili carretti, di legno ma equipaggiati con vecchie ruote di auto.
E poi i bunker. A decine, centinaia ai bordi delle strade principali, ma anche nei villaggi, tra i palazzi delle città o davanti a edifici pubblici.
Polòsk, Fìtore, Mènkulas... I villaggi ci passano accanto con le loro case sempre più povere, i mattoni che diventano di argilla, le strade sempre più strette che diventano sterrate e poi sentieri di fango.
Sì, il viaggio nel tempo, che credevamo finito a Bilisht, continua nel percorrere i venti chilometri che ci portano a Miras.
Il nostro passaggio rompe la tranquilla routine dei villaggi, ma le persone tra le case ci guardano senza interesse, come se fossero abituate a ben altro. O come se un riflesso condizionato imposto da 50 anni di regime suggerisse loro di non essere troppo curiosi. Perfino i bambini esitano.
A Miras parcheggiamo l’auto vicino a quello che ci dicono sia un asilo.

Foto ricordo dei Volontari con una famiglia albanese

All’esterno vedo un bambino urinare contro un muro. Nessuna maestra lo sgriderà: non esistono i servizi igienici.
Percorro il vicolo, pochi passi nel fango tra costruzioni realizzate con mattoni di argilla. Non vedo finestre. Potrebbero essere stalle o magazzini, ma in quel villaggio temo che nessuno si possa permettere un lusso del genere solo per ricoverare una mucca smagrita o depositare quello che non si ha.
Nell’ingresso dell’asilo vedo per terra le scarpe e qualche raro stivale: la consuetudine orientale ma soprattutto il senso pratico suggeriscono di entrare in classe a piedi nudi. I bambini (se non ho capito male dovrebbero essere 70), sono ammucchiati in tre stanze di pochi metri quadri.
Dai soffitti penzola un filo a cui forse un giorno lontano era appesa una lampadina, in un angolo una stufetta, con qualche arbusto da bruciare accanto.

 

continua

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